Undici

Undici

21 Gennaio 2020 0 Di Vino

In un mondo in cui ogni cosa ha perso il proprio senso, ripartire dalla poesia è un gesto ad alto contenuto di radicalità. Eppure credo che questi siano tempi dove non è possibile vivere a bassa intensità se non si vuole finire travolti dagli eventi e dalle cose.

È così che la poesia può tornare a svolgere un ruolo centrale nella vita delle persone, se solo fossimo in grado di dedicarle e dedicarci il tempo che merita. Lo stesso si potrebbe dire per le altre sfere della vita – a cominciare dall’amore -, in cui l’ossessione per la produttività, l’ansia da prestazione e l’iperindividualismo restituiscono un contesto inaridito.

C’è bisogno di tempo. Il tempo è l’unica cosa che abbiamo e sottrarre tempo ai momenti di produzione e consumo per restituirli a noi stessi è un gesto di liberazione del quotidiano di cui abbiamo assoluta necessità.

Nel mezzo resta il mondo descritto da queste brevi poesie: a volte un posto onirico pieno di mostri e gravità, altre volte è una tavola piatta dove l’amore è scomparso improvvisamente, altre ancora una terra che grida vendetta o dove vige una pace terrificante.

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ph. Gabriela Zieglerova, Czech Republic

Altrove

Scriverò altrove
queste stupide storie
che non interessano alle persone,
come quella dell’acquarolo – pace all’anima sua –
discioltosi nell’acqua.

Ma ogni storia ha la sua dignità
ogni storia la sua epica,
come quella dei comunardi – parigini –
che dopo aver alzato barricate
distrussero tutti gli orologi.

È impossibile dimenticare le tue consegne
resto in disparte senza nulla dire.
Cammino in cerca
dei tuoi passi smarriti,

trovo solo il tempo andato
e una scatola diafana
senza sentimenti dentro.

Non ho più sentito la tua voce,
la ricordo come una cosa vera.

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Capelli rossi

I tuoi capelli rossi
si stanno sciogliendo al sole.
Cammini stralunata
su queste strade ricolme di stracci,
come un cane senza meta.

Dici a tutti che è finita per sentirti meglio.
La sera mi scrivi robe interminabili su Whatsapp:
da tagliarsi le vene,
ma non esce sangue.

La fine è il mio inizio.
Il maestro vestito di bianco
se n’è andato da parecchio
e sono rimasto solo a capire come si sopravvive.

Al parco fluviale
scopiamo ciò che rimane di noi.
Panchine incrostate e vecchi fazzoletti,
la scenografia perfetta
per la fine del nostro amore.

A casa leggo Bolaño fino a tardi
e la notte è l’unica cosa che rimane
e i silenzi, i tuoi maledetti silenzi
sono tutto ciò che mi ricordo di te.

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Idomeni

Prenderò un aereo per Salonicco
per venire da te,
rivedere nero pece, i tuoi capelli arruffati
pelle olivastra.
In mezzo a mille tende
e fuochi d’immondizie
e puzza di plastica bruciata,
forse ti abbraccerò, ancora una volta
come facemmo mille anni addietro
nel mezzo di una guerra, o di una carestia.
Ci stringemmo solidali come fratelli.

Ancora mille anni e ancora muri a Salonicco
e non una breccia a far passare l’aria.
La stessa aria che manca nelle tende,
nei giorni di sole.
La stessa aria che respiriamo oggi,
lontani chilometri.
La stessa aria che respiravamo mille anni
orsono, fratelli.
La stessa aria che non è più aria umana
fra questo pantano di persone
dimenticato da chissà quale signore.

Lungo il filare di un campo
un bambino stringe nel pugno una spiga,
una donna rende grazia al suo viso con una matita,
un ragazzo, in bilico su rotaie, funambolico si
aggira fra le tende.
Non sa, o non ne vuole sapere il Sole oggi
di scaldare il petto di questi
miei fratelli respinti all’uscio.
Non sa, o non vuole sapere Europa,
che domani in quel pugno ci sarà un sasso
pronto ad essere scagliato.
Ora sogno, e il domani è un domani più in là.

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ph. Cameron Scott, United Kingdom

Il pesco

L’albero di pesco stanco, non regge più i suoi frutti.
Il vecchio Emanuel non ha retto il gioco,
il cielo non regge nemmeno una lacrima
ed io, da qualche tempo, non reggo più il bicchiere.
Tu, stavolta, non hai retto
il peso dell’amore.

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Galleria verde

Camminavo nel bosco verde della mia adolescenza,
un passo ero adulto e uno bambino.
I poeti attendevano il mio passaggio
e mi coprivano d’insulti.

Ero diventato strabico, spigoloso nei modi
e non sapevo più respirare.
Il bosco era a tratti rigoglioso
a tratti spettrale, una nebbia calata all’istante
mi fece perdere l’orientamento.

Ricordo che non mi persi d’animo
osservavo le barbe dei licheni appese agli alberi.
Il freddo era presente e non lo percepivo,
ma scoraggiò i poeti che si ritirarono
nelle loro stanze verginali.

La Bosnia era lontana
sentivo il profumo di Sarajevo.
Alle spalle la montagna arsa in passato dalle fiamme e dal sole
mi proteggeva in tutta la sua nudità
dai venti che spiravano da Est.

Una sbarra fredda e metallica segnò la fine del cammino.
Non ci volle molto a capire di essere arrivato.
Avevo trovato il mio posto nel mondo?

Mi sono seduto e da secoli,
sono lì che ancora aspetto.

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La quiete

Ora,
ora che un po’ di tempo è andato,
ora che un po’ di silenzio s’accusa nell’aria,
ora,
ora sto meglio.

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ph. Michele Ginevra, Italy

La tempesta

Ricordo di un bar
pieno di vecchi amori
ci fissavano con occhi assassini
e silenzio inquietante.

Era mattino e il cielo faticosamente albeggiava
per l’arrivo di una tempesta.
Il mio cane inquieto, mi tirava i pantaloni
come per salvarmi da una morte certa.

Alla barista hai chiesto di essere fredda e distaccata,
avresti finalmente capito il valore di una perdita.
Era lì solo per il caffè e ti ha risposto:
crescerai e imparerai a tue spese.

Non ricordo bene cosa sia venuto poi,
credo che il vento ti abbia spazzato via insieme ai vecchi amori
e che il bar abbia chiuso i battenti poco dopo.
Mi sono voltato nel tentativo di trovarti
eri svanita, vittima della tempesta.

Dal cielo cadevano parole, chiedevano di cercare “altrove”,
ma l’altrove non esiste. Mi sono arreso.
Ora passo il tempo a scrivere poesie,
a contare i giorni dal distacco e ad aspettare – cosa? –
dentro un letto che non è più nemmeno il mio.

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Tornare ai resti

Un cipresso ondula
al suono del vento,
una danza sfrenata.
Una primula
è sbocciata al sole
per un concorso di bellezza.

Spazio senza memoria
fra strade che mi hanno accolto
e poi visto partire.
In lontananza,
una figura cammina smarrita.
Vago nel suo vagare.

Un me capovolto
dieci anni più giovane,
carico di sogni
e di gioie che non s’avvereranno.
Mi sfila di fianco muto,
non si accorge della mia presenza,

ha il passo pesante
come l’aria
prima della pioggia,

volge lo sguardo verso est,
cime innevate.
Comprendo e riconosco

e senza accorgermene
ritrovo
tutto quello che ho lasciato.

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Roberto Bolaño

Una notte mi svegliai nel sonno e avevo già vissuto tutto:
tu eri andata via in taxi e 5 euro in tasca,
io appoggiato ad un muro scrostato avevo perso la vista
e gli ideali, il movimento, li aveva traditi tutti.

Su una lastra di basalto, in bilico sul futuro
Robert Del Naja suonava Protection.
Protezione da chi?

La montagna, coi suoi mille colori e il suo silenzio glabro,
mi osservava incredula.
Davvero non capisci?

Bolaño attonito e asfittico
col dito sul polso
indicava la fine del tempo a disposizione.

Pioveva l’autunno sui miei occhi
e i cani erano diventati romantici
e un vento terrificante
segnava la fine di una notte.

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ph. Gloria Salgado Gispert, Australia

Buon viaggio

A quelli che hanno mollato gli ormeggi
verso porti migliori – dico -: buon viaggio,
avete lasciato a terra le valigie e vi sentite nudi.

Quando ami puoi qualunque cosa.
A casa, ti guardi nello specchio e pensi
“non avrei mai pensato di poterlo fare”.

Lasciar andare qualcuno è un gesto severo, anche necessario.
Tutti hanno diritto di capire chi sono, da dove vengono.
Nessuno nasce “imparato”.

Ho un buco da qualche parte qui dentro
che non riesco a riempire ora.
Ho sete d’amore e la bocca impastata.

Mi piangevi addosso fiumi di emozioni
avevo sul volto le tue lacrime
i brandelli del mio cuore.

Credi in te stessa,
ascolta la parte migliore che hai dentro,
torna dove sei stata felice: in questo preciso ordine.

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Undici

Undici minuti dopo che sei andata via dormivo.
Avevo affisso sul letto la bandiera della sconfitta
e il sonno era incredibilmente leggero e inquieto.
Mi sentivo svuotato del cuore, dello stomaco, del fegato, dei polmoni.
Ero diventato un contenitore senza contenuto.
La pelle si teneva unita a fatica e ogni sentimento era privo di sostanza.

Undici ore dopo, al mattino ho aperto gli occhi,
sono sceso dal letto insolitamente con la gamba sinistra e il mio cane
ha voluto la sua piccola dose di attenzioni.
Ho messo la giacca e siamo usciti a camminare,
ma quel tempo maledetto non mi ha dato nessuna soluzione.

Undici giorni dopo ho avuto l’illuminazione.
Undici poesie, inviate alle ore undici e undici del giorno undici/undici.
Undìci sei e l’altro non ci sei più.
Io volevo soltanto il tuo cuore ed essere felice,
un dì me li riporterai.

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Undici è una raccolta di poesie pubblicata l’11 novembre 2019 alle ore 11:11. Il progetto grafico è opera di Antonio Secondo – questo tipo qua -. La raccolta è liberamente scaricabile qui sotto.