Little is better

Little is better

14 Marzo 2020 0 Di Vino
Bisegna, una vecchia macelleria

Forse capiterà anche a voi un giorno di mettervi al volante della vostra auto e guidare senza una meta ben precisa. Questo Ferragosto il mio risveglio è stato accompagnato da un sonnecchioso lago per metà co­perto di nebbia. Il sole faceva fatica a filtrare in quel­la densa nube e lo specchio d’acqua rimaneva calmo e coperto. Soltanto verso le dieci, quando i raggi si sono fatti più intensi e i primi capannelli di scampa­gnanti cominciavano ad arrivare, la nebbia s’è dirada­ta lasciando davanti a noi quel paesaggio da cartolina rotto da migliaia di metri cubi di cemento, gli unici capaci di sorreggere quella gigantesca massa d’acqua. In lontananza il Monte Greco con i suoi 2285 metri di altezza s’imponeva impetuoso, padrone indiscusso che primeggia su tutte le montagne del Parco Nazio­nale d’Abruzzo Lazio e Molise (PNALM) circostanti.

Negli occhi avevo ancora le immagini della notte precedente quando una volpe confidente, poco prima che ci coricassimo, aveva fatto visita all’accampamen­to in cerca dei resti della cena. Lo specchio d’acqua era piatto e cristallino, dalla riva schizzavano via come piccoli razzi girini e pesci, fra i quali poteva celarsi anche il persico reale che attrae qui decine di appas­sionati di pesca sportiva. Il cielo andava migliorando, con una nuvolosità che almeno nella mattinata non preoccupava più del dovuto.

Le sponde del lago si sono così riempite a poco a poco, un po’ ovunque sono spuntate fornacelle e ca­nalette – l’apposito strumento nel quale si cuociono gli arrosticini – e nell’aria si è stanziato un odore di carne alla brace che ha permeato il bosco con buona pace delle volpi e degli altri animali.

Il lago della Montagna Spaccata sopra Alfedena, fra i laghi del Centro-Sud Abruzzo (lago di San Dome­nico, lago di Scanno, lago di Barrea) è sicuramente il meno conosciuto e meno frequentato ed è probabil­mente anche per questo che ai miei occhi rimane il preferito. Perfettamente incastonato in un bosco dove si mescolano il faggio, la quercia, l’acero e il carpino, il lago è frutto di uno sbarramento artificiale del fiume Rio Torto, realizzato nel secondo dopoguerra dall’E­nel per la produzione dell’energia elettrica. Convoglia l’acqua del versante Est del Monte Meta che anche se non direttamente visibile è una presenza che aleggia possente alle nostre spalle.

La volpe confidente

Nonostante da queste parti non ci siano lidi, risto­ranti e nemmeno un baretto dove poter prendere una birra fresca, gli appassionati della natura più incon­taminata hanno continuato a frequentarlo in buon numero, forse anche per fuggire dal caos dei laghi più blasonati. La sua discreta frequentazione è confermata dal fatto che quest’anno l’amministrazione comunale di Alfedena ha perfino installato una grande pedana galleggiante, migliorandone la possibilità di balnea­zione per la gioia infinita dei bambini che urlanti ora passano le loro giornate a tuffarsi in acqua.

L’amministrazione comunale ha capito di avere un gioiellino fra le mani e ha in mente di realizzare una pista ciclabile che collega il sovrapposto pianoro Cam­pitelli – dal quale partono alcune delle escursioni di trekking più entusiasmanti del Parco nazionale d’A­bruzzo – con la sottostante rete di ciclabili che arriva a Castel di Sangro. Non so se i proclami del sinda­co di Alfedena vedranno mai la luce o se resteranno suggestioni da sventolare in faccia ai suoi concittadini in campagna elettorale, ma nel dubbio il consiglio è quello di campeggiare almeno un paio di notti in riva al lago, prima che possa perdere per sempre parte della sua magia.

Certo, come ha fatto notare Giulia, il panorama è guastato dal muro della diga che risulta il classico cazzotto in un occhio, ma ben presto ci si abitua e l’animo può tornare a consolarsi di così tanta natura.

A ogni modo il nostro Ferragosto è andato avanti senza grosse complicazioni e rigorosamente senza car­ne. Io steso sul telo del mare all’ombra di un piccolo acero campestre, mi sono perso in alcune analisi ap­profondite di Jacobin che parlavano di democrazia e capitale delle quali ci tengo a riportare questo piccolo passaggio di un lungo articolo di Giacomo Gabbuti su popolo, élite e fascismo che cerca di ricacciare il senti­mento antipopolare e neoelitista, per il quale “blasta­re” gli analfabeti funzionali è un viatico per avere una democrazia migliore. Gabbuti scrive a proposito:

“Lo stesso fascismo, che sulla scia di Umberto Eco è oramai considerato da molti auto-nominati progressisti una categoria dello spirito italiano, una «malattia congenita» che affliggerebbe senza scampo il popolino (e che in fondo, se non limitazioni al diritto di voto, giustificherebbe la necessità di élite illuminate, autonominate, possibilmente dotate di triplo cognome), non fu peraltro colpa delle «masse», né tantomeno della «democrazia». Certo, è argomento di dibattito quanto «consenso» (e cosa si­gnifichi in una dittatura) Mussolini ebbe una volta al potere. A portarlo sul balcone di Palazzo Venezia non fu tuttavia il popolo bue, ma i latifondisti padani che ne armarono le squadracce nelle campagne, la borghesia industriale che lo finanziò contro i socia­listi, le classi dirigenti liberali che pensarono di addomesticarlo, e ovviamente, l’élite dell’élite: quel dottissimo Re che, forse per non essere disturbato nei suoi studi numismatici, anziché firmare lo stato d’assedio durante la marcia su Roma, preferì convocare il capo del Pnf per conferirgli l’incarico. Al contrario della più sofisticata repubblica di Weimar, gli ignoranti lavoratori italiani, dopo essersi opposti alla Grande Guerra, non votarono per i fa­scisti in libere elezioni. Tra i processati per antifascismo troviamo in stragrande maggioranza membri della classe operaia. Più che dal popolino, l’Italia è un paese limitato da élite economiche, politiche e culturali troppo spesso incapaci e miopi, da una bor­ghesia che ha usato lo stato per proteggersi e poi lo ha spolpato, salvo poi scoprirsi impotente contro la competizione dei paesi emergenti; da ideologie poracciste alla Briatore, della cultura con cui non si mangia e dell’importanza di fare i camerieri piuttosto che l’università”.

Di democrazia sul lago della Montagna spaccata ce n’è molta, infatti ognuno con le tende e le fornacelle si piazza un po’ dove gli pare senza invadere la libertà altrui, come quel gruppo di ragazzi che ha montato la tenda su un isolotto che emergeva da una parte. Non un albero, non un po’ di ombra, a fine giornata erano lessi. Di popolo anche ce n’è una discreta quan­tità, ricordo anni più popolosi, ma anche quest’anno il Ferragosto ha visto un buon numero di presenze. Di Èlites invece non ne eravamo provvisti, troppo impe­gnate a mangiare tagliatelle al tartufo fra Rivisondoli e Pescocostanzo. Il massimo che il lago è riuscito a esprimere è un po’ di borghesia napoletana, ben lon­tana dal concetto di Èlites e comunque sprizzante di un certo progressismo come la coppia di coniugi par­tenopei che nonostante l’età da pensione avanzata, la Repubblica sotto braccio e i due cani al seguito, du­rante la giornata non hanno rinunciato a fumarsi un paio di “cannette” già rullate che il marito teneva nel pacchetto delle sigarette.

Poche mucche al pascolo brado hanno provato a rovinare la festa con i loro campanacci e la loro indif­ferenza a tutto ciò che non fosse un lupo o un macel­laio pronte a scannarle. Per qualche ora il loro mono­tono din-don ha rimbombato nella valle, poi quando la caciara s’è alzata hanno ripiegato sulla parte alta del bosco. A proposito di caciara, quest’anno è stata diret­ta da un nutrito gruppo di autoctoni che si è piazzato su una collinetta e per tutto il giorno ha lanciato urla sprezzanti verso non so dove. A fargli da contraltare, un gruppo di ragazzetti che si dilettava nell’urlo da gol – quello che sentiresti allo stadio quando segna la Juventus. Al netto loro, la giornata è stata piuttosto silenziosa e gradevole e anche i nostri numerosi vicini non hanno esagerato in nessun modo, nemmeno sot­to i fumi dell’alcool.

Il Lago della Montagna Spaccata, Alfedena

A metà pomeriggio le nuvole hanno cominciato a fare capolino, noi avevamo chiesto al Ferragosto tutto ciò che potevamo eccetto un bagno al lago, che ab­biamo fatto solo fino alle ginocchia. Così è arrivato il tempo di rimetterci in marcia, senza una meta chiara. Certo quando sei immerso nel PNALM, non fai trop­pa fatica a decidere dove andare, potresti tranquilla­mente muoverti a “sentimento” – cioè a casaccio. Il vero e unico problema è che il giorno di Ferragosto ogni posto diventa invivibile preso d’assalto dai tu­risti. Questa almeno è stata l’impressione passando a Barrea, dove c’era un leggero traffico e a Villetta Barrea dove c’era un vero e proprio blocco della circolazione degno del Raccordo Anulare nell’ora di punta. Mez­z’ora di fila dove è stato consumato ciò che rimaneva del pranzo a cominciare da un gustosissimo melone. Nel frattempo i bagnanti del lago di Barrea ci sfilava­no di fianco col passo stanco di chi sa che è finita la vacanza, con infradito e telo sulla spalla.

Superato l’ingorgo di Villetta, abbiamo attraversa­to la valle scavata dal Sangro, tornato dignitosamente pulito, dopo che negli anni passati i problemi del de­puratore di Pescasseroli ne avevano pesantemente in­quinato l’acqua. Ci lasciamo alle spalle la Camosciara e il Monte Amaro e quando la valle si apre sulla destra spunta un cucuzzolo mite e solitario che inconsape­volmente sarà un nostro obiettivo della giornata.

“Ci sei mai stata ad Opi?”

“No”.

“Nemmeno io, però ho visto che è un bel paese, andiamo?”

“Andata!”

Con una deviazione dalla statale 83 Marsicana, zi­gzaghiamo sul nastro d’asfalto risalendo il colle aguzzo su cui poggia Opi. Un discreto numero di macchine ci fa capire che l’onda grossa di turisti è arrivata anche qui. Parcheggiamo a qualche centinaia di metri dal paese e risaliamo l’abitato.

Poche decine di passi fra le case di Opi ed è su­bito un’altra atmosfera. Il corso principale è via San Giovanni, sulla quale si arroccano due file di case ben tenute. Ai balconi decine di fiori colorati fanno confondere questo angolo di Abruzzo col Nord Ita­lia. Fuori dalle abitazioni gli anziani presidiano l’in­gresso come stanchi gendarmi, più che per il pericolo che qualcuno s’intrufoli all’interno, sembrano farlo come per onorare un rituale moderno: dalla vita in strada si sono ritirati nel loro piccolo privato, ma continuano a voler presidiare quel poco di pubblico che gli rimane, l’uscio della propria abitazione. Noi scambiamo saluti cortesi con tutti quelli che incon­triamo e loro rispondono cordiali, come montanari abituati ai turisti.

Opi è abbarbicato su una rupe, figlio di un tempo in cui si abbandonava il fondo valle per rintanarsi sul­le montagne attorno a feudi ben protetti. E proprio da questo sembra venire l’etimologia del proprio nome, quell’oppidum che in latino vuol dire “castello fortifi­cato”. Queste due file di case sono lì da secoli, distrut­te e ricostruite svariate volte. In una litografia che il pittore olandese Maurits Cornelis Escher ha realizzato in uno dei suoi tre viaggi in Abruzzo fra il 1928 e il 1935, Opi è raffigurato come uno sparuto gruppo di case affilate su un colle, praticamente per nulla diverso da oggi.

Opi disegnato da Maurits Cornelis Escher

L’abitato è stato – come detto – più e più volte ricostruito, preso d’assalto nel corso dei secoli da ter­remoti devastanti di cui abbiamo testimonianza solo in parte. Il più recente è quello del 1984, quando due scosse di 5.9 e di 5.5 gradi della scala Richter, il 7 e l’11 maggio sfollarono l’intera popolazione. L’epicen­tro fu il vicino San Donato in Val Comino e l’unica magra consolazione fu l’assenza di vittime dirette.

Da allora Opi pare risorta con criteri antisismici con una ricostruzione che ha valorizzato l’attuale abi­tato, trasformando quel piccolo mucchio di case in una specie di borgo trentino in salsa abruzzese dove quando scatti una fotografia agli anziani in piazza, poi ti chiedono se gliela fai vedere. Nel risalire verso la parte alta, notiamo che molte case hanno la porta aperta, forse una reminiscenza del periodo in cui si conoscevano tutti e la miseria era un fatto condiviso per questo c’era poco da rubare e le porte restavano aperte. Gruppi di turisti si aggirano con lo sguardo curioso fra quei vicoli lunghi e paralleli, in tanti sem­brano apprezzare.

Oggi a Opi sopravvivono circa quattrocento abi­tanti e non so se il grande nemico di questo paese sia ancora il terremoto perché l’assenza di giovani alla vista, mi fa pensare che uno spauracchio ancora più grande per la sua sopravvivenza possa essere lo spo­polamento. Da sempre vittima dell’emigrazione, Opi perse metà della popolazione in soli quindici anni a fine Ottocento, oggi non sembra andare meglio e ho come la sensazione che tornandoci fra una venti­na d’anni questo possa diventare un borgo fantasma abitato, solo nei weekend estivi. Un vero pericolo per questo borgo che vive sotto la rigida egida del Monte Marsicano dove le esposizioni alle correnti lo fanno essere tra i comuni più nevosi dell’intera regione. Uno di quei luoghi dove non farei fatica a trasferirmi da novembre a marzo per vivere come un eremita del freddo e delle nevi – propositi che rimangono tali e non realizzo mai.

Il museo del camoscio dove spiccano due bestie imbalsamate e l’annessa area faunistica fanno venire voglia di tirare fuori dallo zaino piccozza e ramponi e mettersi a scalare la facciata di una qualsiasi delle case. Per fortuna è estate e il mio esibizionismo alpini­sta è fuori stagione e posso riporlo in qualche cassetto della memoria ed abbandonarlo per qualche stagione. Sopravviveranno invece gli scatti sfocati del fotografo Bruno D’Amicis di cui la Pro Loco ha riempito il pa­ese di stampe e non si capisce se per gioco, per errore o per diletto, sono tutte fuori fuoco e non lasciano comprendere fino in fondo l’intenzione dell’artista. Per la cronaca, D’Amicis non è mica uno sprovveduto e la sua fotografia naturalistica finisce costantemente su importanti riviste come National Geographic.

Si dice che il livello di civiltà di un paese possa es­sere misurato dallo stato in cui si trovano i suoi bagni pubblici e in effetti girando per diversi paesi dell’A­bruzzo i bagni pubblici non ci sono proprio, oppu­re sono stati letteralmente murati vivi come quelli di Sulmona, per sempre sotterrati dal rifacimento di un angolo di piazza Garibaldi. A Opi invece trovi tutto ciò che non ti aspetti, non solo i servizi igienici aperti al pubblico e gentilmente offerti dal punto informa­zioni del Parco, ma anche la loro condizione assoluta­mente dignitosa, nonostante una giornata al servizio di orde di turisti con le vesciche sul punto di esplode­re. Una bella prova di civiltà per questo piccolo borgo dell’Italia dimenticato da Dio e dalla politica. Penso ci sia ancora speranza per le comunità che si auto-orga­nizzano per sopravvivere all’abbandono.

Giusto il tempo di commuoversi per tanta civil­tà che non ti aspetti fra questi bruti montanari ed è già tempo di ripartire, non prima di essere passati attraverso alcuni dei caratteristici v’ttal, i vicoli che congiungono trasversalmente le strade principali che scorrono parallele.

I servizi igienici pulitissimi di Opi

È tempo di migrare e superato il bivio della statale 509 di Forca d’Acero che va verso Cassino e il Lazio, la strada obbligata ci porta ad attraversare Pescassero­li, assaltata dai turisti che pare quasi via del Corso a Roma o l’Isis a Palmira – dipende dai punti di vista. Sono giorni di vera e propria invasione, con buona pace degli abitanti e giubilo per i commercianti che in questi pochi momenti tirano su lo stipendio di metà stagione. Non troviamo nemmeno il tempo per un caffè e tiriamo dritti in direzione Marsica.

Fuori Pescasseroli, la natura si riprende ciò che gli spetta e torna la protagonista del paesaggio, ampie radure dalle tonalità di verde, boschi di pino nero e di faggio e la montagna che accompagna in paralle­lo la strada. Aguzzo lo sguardo nella ricerca di una macchietta marrone che mi faccia esclamare “eccolo!”, ma del vero padrone del parco, l’orso bruno marsi­cano, non v’è traccia. Al bivio con la provinciale 17 del Parco Nazionale d’Abruzzo deviamo a destra im­boccando la strada. Qualche chilometro più avanti avremmo incontrato il temibile passo del Diavolo che la leggenda vuole come il luogo di apparizione di un essere mostruoso, col corpo da toro e il busto da uma­no. Apparve chissà quanti anni fa ad alcuni cacciatori, che trovatisi davanti alla bestia demoniaca decisero di costruire un enorme recinto per poterla contenere ed impedirgli di raggiungere il paese. Ancora oggi attra­versando il passo è possibile vedere le mura, il mostro pare non faccia le sue apparizioni da parecchio tempo, ma sfido chiunque a passarci di notte senza avere il ti­more di un’improvvisa apparizione. Ancora più avan­ti, dopo il passo, il paese di Gioia Vecchio, ma questa è un’altra storia.

Sì, perché i quaranta chilometri di asfalto che im­bocchiamo al bivio ci portano sempre nella stessa di­rezione: la Marsica, ma seguono un itinerario diverso, la strada infatti è ben presto avvolta da una faggeta che ci accompagna per diversi chilometri. I tornanti dolcemente arrotondati sembrano voler abbracciare il bosco in un gesto soave. L’aria rinfresca improvvisa­mente e la luce imbrunisce, come se di colpo il sole fosse piombato a picco. Il bosco si apre poco dopo sulla radura aspra di Terraegna, sovrastata dall’omo­nimo monte e dal rifugio gestito che fa venir voglia di isolarsi almeno un paio di settimane nella natura incontaminata del parco.

Ancora qualche chilometro fra asfalto e boschi e si apre davanti a noi la Valle del Giovenco. Il ponte sul fiume è ancora inibito al passaggio dei camion sopra un certo tonnellaggio. La strada per mesi è rimasta chiusa scatenando le proteste della popolazione che più volte è scesa in strada chiedendo il ripristino della viabilità che la teneva isolata verso una parte vitale del territorio. Con grande fatica la strada è poi stata ria­perta permettendo il traffico al solo passaggio delle au­tomobili. Procedendo arriviamo a Bisegna, dal latino Visignum, borgo fortificato allungato su uno sperone roccioso. Il nucleo abitativo principale è stato costrui­to in seguito al fenomeno dell’incastellamento che ha dato vita a quell’Abruzzo Interno come lo conosciamo oggi. Venuto meno l’ordine secolare dell’Impero, le popolazioni si ritirarono sulle alture costruendo mura, castelli e fortificazioni, cercando di difendersi come potevano dalle invasioni dei temibili pirati saraceni, dagli ungari e dai nordici vichinghi normanni. Per questo motivo siamo pieni di rocche e castelli.

Cronache della restanza (Riccardo Condò Editore, 2020)

Se i quattrocento abitanti di Opi mi sembravano una specie in via d’estinzione, i duecento di Bisegna ne sono una ancor più rara. In un secolo il paese ha perso millecinquecento abitanti, segno che da queste parti “l’invasione” che molti idioti lamentano, non è proprio arrivata. La pietra a vista delle case di Bisegna la rendono povera ed elegante, una vedova che ti sor­ride nonostante le ferite dell’animo. Molte abitazioni restano chiuse per gran parte dell’anno, ma non oggi che il paese è in festa con i gonfiabili e la musica nella piccola piazza di San Rocco. Noi ci disinteressiamo del frastuono musicale e proseguiamo il nostro attra­versamento longitudinale. Da queste parti devono es­sere particolarmente affezionati ai Savoia e passiamo velocemente da via Vittorio Emanuele a via Umberto I e per fugare ogni dubbio grido a gran voce fra lo sbalordimento dei pochi passanti sfuggiti al richiamo della piazza festante: viva Gaetano Bresci!

Poco più avanti alcuni edifici dalle fattezze non co­muni richiamano la mia attenzione come la torre me­dievale a pianta triangolare, una vera rarità nella Regio­ne o il rustico portale del cortile del palazzetto gentilizio posto al suo fianco. L’antica Visignum giace nella parte bassa del costone che ospita il paese, ma resta occultata alla vista. La torre dell’orologio, immancabile in ogni borgo autentico che si rispetti, è preceduta da una vec­chia macelleria trasformata in abitazione. Abbellita da una pianta rampicante e da vasi di fiori dai colori vivaci, mantiene ancora l’insegna dipinta sulla facciata esterna che ne tradisce l’umile origine.

Bisegna si esaurisce poco dopo con la vista sul ver­deggiante Colle Stazzo d’Ancino che si staglia sullo sfondo del piccolo corso e confondo i miei alibi e le tue ragioni. Penso a Giovanni mio compagno d’asilo che ha girato il mondo: Istanbul, Pechino, L’Havana – oggi vive a Bratislava –, ma non ha ancora avuto modo di visitare Bisegna. Poi penso a me che ho viag­giato in Giordania, Marocco, Palestina, Kosovo, Ro­mania, Serbia, Albania, Macedonia e mi rendo conto che neanche io avevo mai visto Bisegna.

L’Abruzzo del resto – l’ho capito tardi, ma l’ho ca­pito – è la pepita d’oro che tieni sotto il cuscino senza rendertene conto. Un giorno dici: “Fammi vedere un po’ che ci sta qui sotto” ed hoplà, ecco che ti appare la pietra luccicante e ti lascia con la bocca aperta e lo sguardo inebetito. In fin dei conti bastava cercare.

Questo racconto è contenuto in Cronache della restanza (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.