L’insostenibile leggerezza dell’introvabile eremo di Sant’Angelo

L’insostenibile leggerezza dell’introvabile eremo di Sant’Angelo

15 Maggio 2020 0 Di Vino

La sveglia stamattina ha suonato ininterrottamente per sette minuti. Mentre suonava, ho sognato che suonava la sveglia e mi svegliavo. Ho sognato anche di spegnere la sveglia, poi mi sono svegliato per davvero e riaddormentato. Quando dopo sette minuti mi sono alzato definitivamente dal letto per spegnerla, tutto ciò ancora non mi sembrava vero, c’era un ché di distopico in quell’azione che avevo già compiuto almeno un paio di volte nella mia mente.

La colazione di corsa e poi veloce in macchina direzione Bussi. In cielo nuvole minacciose, grigie, cariche, dense, ammassate. Sono tenebrose al punto che Yari mi scrive preoccupato “reggerà il cielo?” Non ne ho idea, non ho controllato il meteo contrariamente a quanto faccio di solito, perché l’uscita che abbiamo in programma è di soli 7 chilometri con un dislivello di 350 metri circa. Praticamente una salita quasi verticale sul pendio di una gola, ma questo alle 8.30 del mattino, dopo che la sveglia è suonata ininterrottamente per sette minuti e dopo che Yari allarmato mi ha chiesto rassicurazioni sul meteo, ancora non lo sappiamo.

Veduta delle Gole di Popoli, Alta Val Pescara

Ci incontriamo ad una non meglio precisata rotatoria. Antonio con la sua puntualità impeccabile è già lì che ci aspetta, io tardo giusto cinque minuti, Yari consueto ritardatario, arriverà una decina di minuti dopo. L’assurdità di certe misure ci costringe a raggiungere il posto ognuno con la propria auto. Parcheggiamo su un lembo di asfalto che in passato ha servito un ristorante e c’incamminiamo per una strada il cui passaggio è ostruito da una sbarra arrugginita, ma la cosa non ci preoccupa poi molto.

Paolo al telefono è stato piuttosto chiaro: “un primo traliccio, un secondo traliccio sulla sinistra e poi fatti il segno della croce perché c’è da attraversare un’aleppeta (una pineta di pini di Aleppo) inestricabile, a tratti claustrofobica fino ad uno spigolo di rocce in direzione Bussi”.

Dove stiamo andando? Ah già non ve l’ho ancora detto. Il nostro obiettivo è la Grotta di Sant’Angelo nel territorio di Castiglione a Casauria in un impervio tratto delle gole di Popoli nell’Alta Val Pescara. Una grotta molto importante dal punto di vista religioso perché è a tutti gli effetti considerato un eremo. Per raggiungerla bisogna risalire un versante aspro e ripidissimo del monte Roccatagliata dove a farla da padrone sono i brecciai, il vento forte e i pini d’Aleppo. La località è chiamata colle Sant’Angelo nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga ed è appunto una grotta in mezzo a balze di roccia a strapiombo sul fondo della gola.

Antonio, alle sue spalle il Schiena d’Asino, monte Morrone

Attraversiamo un ponte che serve una centrale elettrica dell’Enel e incrociamo con lo sguardo altri tre ponti che sembrano avvitarsi su loro stessi: il viadotto dell’autostrada A25, quello della ferrovia Pescara-Sulmona e quello riservato ad una conduttura dell’acqua che serve la centrale. Il commento di Antonio è lapidario: sembra la matrioska dei ponti. Dei silos blu lapislazzuli enormi richiamano la mia attenzione poco oltre. La strada si conclude nei pressi della galleria ferroviaria dove inizia la nostra ascesa.

La salita avviene di fatto a intuito. Solo i fili dell’alta tensione ben visibili in cielo sono un punto di riferimento. La vegetazione ricopre in brevissimo tempo ogni traccia di umano, assorbendoci al suo interno e consegnandoci un paesaggio selvaggio, arido, pietroso. Mi meraviglio di come in pochi metri la natura sia in grado camuffare l’impatto dell’uomo e di un paesaggio così fortemente antropizzato – o sarebbe meglio dire industrializzato?

Sì perché le gole di Popoli sono rimaste nel corso dei secoli quasi incontaminate. Ad attraversarle solo l’antica via Tiburtina Valeria e lo scorrere incessante dell’acqua del fiume Aterno-Pescara (da questo momento più semplicemente fiume Pescara). Per secoli dunque, sono passati di qui solo i mezzi a trazione animale che trasportavano le merci nella dorsale Est-Ovest (Roma-Pescara), i contadini, i militari e le genti che avevano necessità di spostarsi lungo quella direttrice.

Impianto chimico di Bussi, primi anni 2000, foto di Gianni Lannes

A fine Ottocento però arriva l’industrializzazione e cambia per sempre il volto del paesaggio. Prima la ferrovia Pescara-Sulmona-L’Aquila del 1887, poi la centrale idroelettrica del 1901, riconvertita della Montecatini in impianto chimico nel 1904, 17 ettari e stretti tra i fiumi Pescara e Tirino. Più recentemente è l’autostrada A25 a chiudere il quadro delle infrastrutture impattanti della gola, con l’apertura del tratto Cocullo-Bussi nel 1978.

Dall’inizio del secolo la produzione chimica dello stabilimento diventa sempre più ingente e strategica al punto che durante il fascismo vi si producono costantemente gas mostarda o iprite e fosgene e difosgene, agenti utilizzati per fabbricare quelle che oggi chiamiamo “armi chimiche”, di cui il fascismo fa un vastissimo uso durante le guerre coloniali in Libia e Etiopia. Nasce così il mito di “Bussi città-fabbrica” ovvero Bussi Officine, storia di uomini e donne e delle loro lotte, di sudori e fatiche, di scioperi e di scontri, di occupazioni e picchetti, di operai e operaie appunto. È soprattutto grazie a loro che questo angolo di Abruzzo è conosciuto al tempo, sì perché mentre negli anni Sessanta la Regione va lentamente industrializzandosi, qui la classe operaia ha almeno un cinquantennio di consapevolezza di classe sulle spalle. Nel 1965 la Montecatini fallisce a causa di una serie di investimenti sbagliati e viene incorporata dalla Edison, così nasce la Montedison.

Paolo Cesari sul quotidiano Lotta Continua dell’8 giugno del 1976, raccontando le memorie di un vecchio compagno che ci teneva a far sapere che l’Abruzzo non era solo un feudo democristiano, scrive: “Sono gli operai della Montedison di Bussi che riempiono la Val Pescara della loro lotta contro Cefis, che sfidano apertamente la legge Reale, che rappresentano senza dubbio il livello più alto raggiunto dalla lotta operaia”.  In un altro articolo della stessa edizione del quotidiano, si parla della lotta contro Cefis e degli operai e delle operaie bussesi: “Si occupa la fabbrica a ridosso delle elezioni, si sfila in corteo a Pescara con caschi, maschera antigas nonostante il divieto della polizia: era appena passata la legge Reale. Quando pareva che fosse stato ordinato lo sgombero degli stabilimenti occupati, fu istallato un idrante dietro la seconda porta; l’intera popolazione, dai bambini delle elementari ai vecchi alle donne ai giovani disoccupati sono scesi davanti ai cancelli della fabbrica. L’unità nelle lotte e nei cortei si trasferì nell’unità del voto al PCI – Partito Comunista Italiano n.d.r. -: tutti i paesi dell’Alta Val Pescara sono ridiventati rossi. Si può dire che ogni operaio della Montedison ha fatto diventare rosso il suo comune di provenienza. A Bussi il PCI è arrivato al 70 per cento”. In quegli anni il polo chimico di Bussi conta oltre 1200 lavoratrici e lavoratori.

L’impianto cambia nel tempo diversi proprietari, fino al 1981 quando ritorna alla Montedison che nel frattempo è stata privatizzata finendo nelle mani delle più importanti famiglie del capitalismo italiano: Agnelli, Pirelli, Bonomi e Orlando. La Montedison in quegli anni rappresenta il secondo più potente gruppo industriale privato italiano. Sono gli anni delle grandi liberalizzazioni e in particolare si prepara quella del mercato energetico. Il capitalismo italiano è pronto a cambiare volto, si ammoderna, si ristruttura, si arroga delle velleità cosmopolite e si preparava ad imprese innovative in quanto l’economia pubblica sta per essere smontata pezzo per pezzo per poi essere consegnata a quote di capitale privato.

Nel 1990 il gruppo industriale sempre sull’onda dell’euforia che vivono i grandi capitalisti nazionali, si lancia addirittura in un’esperienza televisiva, Telemontecarlo (Tmc – Tiemmeccì la ricordano i boomers come me) registrando costantemente delle perdite clamorose. Quando giochi a fare il capitalista, c’è sempre qualcuno che lo sa fare meglio di te e nel 2001 Montedison passa in mano straniere e viene acquistata dal gruppo industriale francese dell’energia Edf che ne cambia il nome in Edison. In quegli anni finisce anche l’esperienza televisiva di Tmc che diventa l’attuale La7, passando in mano da un pezzo di capitalismo all’altro, per la precisione dall’energia e la chimica di Montedison alle telecomunicazioni di Telecom Italia della famiglia Tronchetti-Provera (incisi su incisi solo per dire che la grande stagione delle liberalizzazioni italiane è stata un modo per ridistribuire gigantesche quote di capitale pubblico in mano a privati – già ricchissimi – che ne hanno tratto profitti enormi). Nel 2002 infine l’impianto di Bussi è stato acquistato da un altro colosso mondiale della chimica, la belga Solvay.

Impianto chimico di Bussi, 2014, foto di Stefano Gallo. Qui l’opera completa del suo lavoro http://www.italiaunderground.it/bussi-sul-tirino-pescara-gallo

È il 2007 però l’anno cruciale per Bussi perché in seguito ad un’indagine del Corpo Forestale dello Stato, viene scoperta l’esistenza di tre pericolosissimi siti di stoccaggio di rifiuti tossici. Per decenni Montedison ha interrato nei pressi dell’impianto o scaricato direttamente nel fiume sostanze pericolosissime per la salute umana. Cloroformio, esacloroetano, tetracloruro di carbonio, tetracloroetano, tricloroetilene, idrocarburi policiclici aromatici, elementi chimici e cancerogeni che fanno venire il mal di testa solo a pronunciarli, sono finiti per decenni nelle acque del fiume Tirino e del fiume Pescara e nei pozzi dove viene captata l’acqua potabile distribuita ad oltre 700 mila persone nella Val Pescara. Una strage, un avvelenamento sistematico, uno scandalo definito la “discarica di veleni più grande d’Europa” che però non ha il volto di un colpevole. Sì perché la Corte d’Assise di Chieti assolve tutti i rinviati a giudizio del processo, mentre la Montedison è condannata a bonificare i siti inquinati, ma grazie a continui rimpalli di responsabilità non hanno ancora  messo in pratica la sentenza.

L’inquinamento della falda intanto ha prodotto danni incalcolabili e non si riesce a quantificare il numero di persone che si sono ammalate o sono morte di tumore a causa di questa vicenda. Nel frattempo la produzione chimica è stata ridimensionata infinitamente e di quella che fu Bussi Officine, non resta che lo scheletro di vecchi capannoni industriali ormai dismessi.

Ex sito della discarica abusiva in attesa della bonifica di Edison, 2014, foto di Stefano Gallo. Qui l’opera completa del suo lavoro http://www.italiaunderground.it/bussi-sul-tirino-pescara-gallo

Dopo aver letto la storia dell’industria chimica di Bussi tutto d’un fiato forse voi direte: esticazzi non ce li metti? Ecco, tutto questo l’ho scritto per dire che spesso in pochi passi sono racchiuse le vite di migliaia di persone, la sofferenza, la storia dei luoghi. Solo pochi, piccoli e semplici passi, in cui sono racchiuse un’infinità di vite che noi compiamo spesso inconsapevoli, ignorando la potenza del suolo che andiamo calpestando. In questo luogo i nostri passi ci portano in breve dai mostri di ferro e cemento ad una natura selvaggia e incontaminata che attraversiamo con la magia dell’esploratore.

Una volta ho conosciuto ad un incontro un uomo appassionato e davvero molto informato sulla storia del polo chimico di Bussi. Ricordo solo il cognome, il dottor Benegiamo. Eravamo entrambi invitati ad intervenire come relatori ad una serata in cui si parlava di ecomostri industriali in Abruzzo e ricordo che chiacchierammo molto anche a margine dell’incontro e ci lasciammo con la promessa che gli avrei mandato una foto con una veduta delle gole di Popoli dopo la prima industrializzazione, ma prima della costruzione dell’autostrada. Una foto che per me è emblematica perché testimonia di un passato che è impossibile ripristinare. Certo l’autostrada da qualche parte doveva pur passare (forse), ma sono comunque contento che grazie alla foto ho in qualche modo contezza della bellezza del passato di questo pezzo di Val Pescara. La mail al dottor Benegiamo l’ho inviata con diversi mesi di ritardo. Non ho mai avuto risposta.

Il dottor Benegiamo, 2014, foto di Stefano Gallo. Qui l’opera completa del suo lavoro http://www.italiaunderground.it/bussi-sul-tirino-pescara-gallo

Risaliamo una parete ripidissima su uno scomodo ghiaione mentre di tanto in tanto calpestiamo pezzi di legno carbonizzato. Ad inizio degli anni Duemila un incendio di dimensioni spaventose polverizzò completamente la vegetazione su questa parte di pendio. Il fumo era talmente denso che se ne percepiva l’odore anche a Sulmona, a circa 30 chilometri di distanza. Fu chiusa l’autostrada e per due giorni vigili del fuoco, forestali e volontari furono impegnati per domare le fiamme. Quasi vent’anni dopo ciò che resta di quell’incendio è racchiuso in questi ciocchi di legno, nelle pigne bruciacchiate e in alcuni tronchi di alberi semi carbonizzati. Negli anni, altri incendi hanno a più riprese distrutto parte della vegetazione che puntualmente è rinata con inaudita potenza. Proprio per questo motivo, la crescita dei pini d’Aleppo è folta e spropositata, perché incontrano un terreno estremamente mineralizzato e fertilizzato dai vari incendi intercorsi. Ne sono una marea immane, fittissima, dalla quale sembra letteralmente impossibile uscire. È curioso anche il fatto che qui tira sempre un vento fortissimo in direzione del mare e spesso gli alberi stessi prendono una forma inclinata ad assecondare la direzione del vento. Anche oggi il vento non è da meno, ma forse c’è più che altro di aiuto, perché spazza via le nuvole tempestose che ci aleggiano sulla testa.

Autostrada A25

Il ghiaione che conquistiamo a fatica incrocia quello che pare un vecchio sentiero. Proviamo a percorrerlo, ma la vegetazione è ricresciuta con vigore. Ancora pochi passi e ci fermiamo davanti a un muro di pini. A premiarci e l’intuito e la fiducia in noi stessi, proseguiamo su quella che sembra una traccia ed è come immergerci in una panetta di burro. I rami di questa particolare specie di pino sono esilissimi, accarezzano con delicatezza il nostro passaggio che si spinge con forza e fatica fra i tronchi di nuova crescita. Arriviamo così al tanto agognato secondo traliccio dell’alta tensione e a questo punto sopra le nostre teste si stagliano tre conformazioni rocciose dentro una delle quali ha sede la nostra ricercata grotta. In basso sull’autostrada ora piccola e lontanissima, si alternano automobili ed autoarticolati come tante formichine. Dall’altro lato della valle il lembo più settentrionale del monte Morrone, chiamato schiena d’asino, è un intreccio di bosco verdissimo appena tornato alla vita e spaventose balze di roccia che degradano a picco sul fondo della valle. In fin dei conti, il pensiero di essere su questo pendio della valle e non su quello del Morrone che appare alla vista ancora più estremo, in parte ci rassicura.

Tentiamo così una prima salita verso la conformazione rocciosa che abbiamo perpendicolarmente sopra di noi. Ci costa poco meno di una mezz’ora di tempo oltre che fatica e la già provata sensazione di attraversare una panetta di burro di pini di Aleppo. La montagna si prende gioco di noi quando giunti ai piedi delle roccette, la nostra esplorazione approssimativa e funambolica su spezzoni di roccia, ci fa intuire di essere nel posto sbagliato. Non è questo lo spigolo che degrada verso Bussi che Paolo mi aveva dato come riferimento per ritrovare la grotta.

Il muro a secco dell’eremo

Potremmo perderci d’animo, ma la fatica per raggiungere quell’avamposto di roccia calcarea sbriciolata è stata talmente intensa e selvaggia che non possiamo permetterci di fallire perché con ogni probabilità non ci sarà una “prossima volta” su queste balze. Incrociamo così le informazioni dateci da Paolo con quelle raccolte da Antonio da una sua amica guida e scopriamo che dobbiamo puntare una cengia insolitamente spoglia di arbusti poco più a Ovest. Non abbiamo altra scelta, tentare il tutto per tutto o dichiarare fallimento come una Montedison qualsiasi che prima ti seduce con la promessa del lavoro e dello sviluppo e poi ti pianta in asso col culo per terra e le acque contaminate dai veleni.

Non molliamo e tentiamo l’ultima occasione che ci rimane. La ridiscesa verso la cengia spoglia è articolata e tecnica. Si alternano ghiaioni, roccette e piccoli terrazzamenti creati dai nuovi alberi nati. Ci abbassiamo di quota fino ad incrociare quella che pare essere una traccia. Potrebbe essere il vecchio sentiero che si va richiudendo o il camminamento di volpi e cinghiali. La fortuna ci dice bene e dopo qualche minuto siamo sulla cengia dove campeggia una vegetazione bassa fra la quale risalta la geometria raggiale di tanti splendidi cistus purpureus. Abbiamo un’ultima fatica davanti, ma come mi ha spiegato molto bene Paolo nelle sue indicazioni, questo è il momento del segno della croce. Il bosco di pini si è fatto – se possibile – ancora più fitto. Non resta che provare le apparenze di piste battute che ci si aprono a fatica davanti nella speranza di non cadere in una strada che porta al nulla. In alto le rocce da raggiungere sono distanti circa 100 metri, la pendenza è elevata. L’ultima ascesa ci costa uno sforzo di fatica ulteriore, non previsto. Ai polpacci mordono mostri immaginari, tagliole che la mente riproduce ostinatamente per interrompere il cammino. Non demordiamo e ci immergiamo in un bosco che in realtà si dimostra fitto quanto gracile, piante che provano a conquistare terreno fra i pochi pini marittimi scampati agli incendi del passato.

Grotta o eremo di Sant’Angelo

Gli ultimi passi sono accompagnati da una riserva di energia che non sapevamo di avere. È data dalla vista di un muro a secco perfettamente incassato nelle rocce che resiste in quella posizione da circa nove secoli, ben novecento anni. Novecento diviso trentuno (che è la mia età) fa esattamente ventinove. Quell’ammasso di pietre squadrate, calce e sabbia resiste poche decine di metri sopra la mia testa da un tempo che è ventinove volte più lungo di quello della mia vita vissuta. È proprio questa consapevolezza, quella di essere moscerini al confronto della forza del tempo e della  potenza della natura, che ci spinge a stringere i denti e oltrepassare i lecci che nella parte più brulla della montagna – quella a ridosso delle rocce – hanno preso il posto dei pini.

Ci siamo, la grotta si apre davanti ai nostri occhi. Il lato destro segna il confine fra la nuda roccia e un vuoto spaventoso che degrada fino al fondo della valle. All’interno ci sono solo delle nicchiette spoglie e un altarino. Sul lato che da sulla valle due finestroni rendono la grotta un posto magico e non capisco se la vista che si snoda oltre quelle due fessure irregolari nella roccia – come se fossero dei wormall – provenga da un tempo antico dove l’uomo era pressoché assente e irrilevante o restituiscono la cruda realtà fatta di industrializzazione fallita, disoccupazione e inquinamento. Ai miracoli e a Dio non ho mai creduto e il panorama che si apre sotto di noi, per quanto magico, non viene da un tempo lontano, ma conserva tutte le ferite lasciate dall’attualità dei tempi. In alto, nella volta della grotta si nota un altro ambiente che però non siamo in grado di raggiungere. L’atmosfera del posto rapisce me Yari e Antonio e ci guardiamo a vicenda con aria stupita mentre scattiamo foto o brevi video che finiranno presto eclissati in hard disk o peggio ancora nei server di Instagram e Facebook, come nel mi caso.

All’interno dell’eremo

Che posto estremo per essere un luogo di culto. Eppure documenti storici testimoniano la presenza dell’eremo già dall’Undicesimo secolo, nonché l’esistenza di processioni di fedeli che partivano da Castiglione a Casauria. I sentieri che accompagnavano i pellegrini sono stati cancellati dal tempo e dalle frane e per questo oggi il luogo resta inaccessibile ai più.

Il tempo è tiranno e la mezza giornata che mi sono ritagliato dal lavoro si sta quasi per esaurire. Il mio vortice spazio-temporale nel quale sono liberato dalle fatiche del lavoro si sta per richiudere inesorabilmente e non ci resta che ripercorrere la strada al contrario ad un’andatura sostenuta. Impattiamo quasi subito con i pini che con i loro aghi molli sono ancora ben disposti nei nostri confronti. Non ci resta che seguire ogni simil traccia che si apre nel fitto delle piante sperando che sia un canale di scorrimento dell’acqua abbastanza ampio da accogliere la nostra assente corpulenza da camminatori.

In un punto dove i pini superano la nostra altezza mi sembra di essere in uno dei match di Mai dire Banzai e ho il serio timore che spostando l’ennesimo esile tronco mi si possa palesare davanti la sagoma di un astioso ciccione giapponese vestito da lottatore di sumo, un ingrifato cinghiale solengo o un affamato lupo appenninico. La fortuna vuole che nessuno dei tre esseri mitologici incroci quel giorno la mia strada e in poco tempo, fra un tronco carbonizzato e in decomposizione e un fitto letto di aghi di pino, riguadagniamo la cengia spoglia. La sosta dura giusto il tempo di guardare un ultima volta il fondo della valle dove presto approderemo poi di nuovo ci rificchiamo in quello che una volta era il sentiero e ora è solo spazio utile da conquistare per la flora emergente. L’approdo alla cima del ghiaione conquistata all’andata con uno sforzo notevole è presto raggiunto e la discesa sull’ammasso di pietre frantumate di diverse dimensioni è un po’ come l’arte antica del surf, con la differenza che si fa in discesa, in montagna, senza tavola e non ci si bagna. Guadagniamo così in un paio di minuti oltre centro metri di dislivello e in pochissimo tempo siamo al fondo della valle, proprio all’imbocco della strada sterrata che ci riporta alle automobili.

Matteo il sosia e me, foto di One Shoot Live
https://www.facebook.com/ONESHOOTLIVE/?tn-str=k*F

Il rumore degli autotreni che sfrecciano sulle nostre teste ci riconsegna ad un mondo umano e un ad un tempo antropico. In breve siamo alle auto mentre la meraviglia per l’esperienza ascetica appena consumata fra una fatica e un’imprecazione si espande dentro di noi come una macchia d’olio su una superficie liscia, disseminando endorfine che ci fanno sentire insolitamente rilassati e soddisfatti. I saluti di rito e sono sulla via del ritorno. Ad un semaforo a Popoli ascolto un messaggio audio appena inviato da Matteo – detto il sosia – che non sento da almeno un paio di anni. Lui nel frattempo è diventato padre e pescarese a tutti gli effetti e a Sulmona torna solo raramente, ma questo non gli impedisce ogni volta di meravigliarsi per ciò che lo attende, mi dice in una specie di estasi mistica: “Uei buongiorno, tu dirai ma questo da dove cazzo è riuscito? Ti volevo dire sono venuto a Sulmona per una toccata e fuga perché dovevo incontrare un cliente e sono rimasto folgorato da questo Morrone. Sarà che è illuminato da questa luce non luce, da questi raggi che filtrano a sprazzi, ma è di un verde brillante. Ma come cazzo…ma io l’ho tenuto qua per vent’anni, ma chi se l’è cagato mai sto cazzo di Morrone e invece ogni volta che torno mi stende, mi stende a terra in preda alle convulsioni, è qualcosa di fenomenale”.

Che sia il bacio di una persona amata, l’abbraccio fraterno di un’amica, la risata improvvisa di una nonna, la ricerca di attenzioni di un animale da compagnia, che siano le vie strette e male illuminate del centro storico della vostra frazione o siano le rovine del posto dove siete nati, che sia la campagna bucolica che circonda da sempre i ricordi luccicanti della vostra infanzia o il vecchio albero in giardino, che siano le canne dei pomodori a primavera nell’orto di casa o il prato curato che accompagna ogni mattina la vostra strada verso il lavoro, che sia un remoto eremo sperduto e inaccessibile in una gola o che sia, come per Matteo, il verde brillante che “stende” del monte Morrone io vi consiglio nella maniera più sincera e assoluta di vivervi e godervi approfonditamente quanto di più bello e puro la vostra vita ha da offrirvi perché come diceva sempre Lenuccia “Oggi ci siamo, domani chi lo sa?”

Storie come questa, sono contenute nel libro Cronache della restanza (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.


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