Fuochi nella notte, ovvero la notte di San Giovanni

Fuochi nella notte, ovvero la notte di San Giovanni

1 Luglio 2020 0 Di Vino

“Così vanno le cose, così devono andare”
Consorzio Suonatori Indipendenti

Il sole si avvia lentamente al tramonto. Sul monte Morrone porzioni di luce irregolari vanno rimpicciolendosi, come se qualcuno stesse tirando una tovaglia dall’altro lato della montagna. “Lu mandëile” avrebbe detto mia nonna Lenuccia, un termine arcaico sopravvissuto per migliaia di anni che in latino significa proprio tovaglia – mantile. Una scheggia del passato che viaggia nello spazio e arriva fino ai giorni nostri. Una scheggia che nel corso del tempo perde pezzi, si modella, si sgretola, smussa i suoi angoli e lascia un pezzo nelle Marche “mantì”, uno in Piemonte “mantìl”, mentre in Campania e Veneto resta nel suo nucleo originale “mantile”.

Il monte Morrone “arrossito”, visto da Bagnaturo (Aq)

La visione vespertina della montagna diventa un quadro degli impressionisti. Giochi di luci e ombre fanno svanire la precisione dei contorni e poi i colori – e che colori – verde bottiglia, blu di prussia, rosa pastello. In particolare il versante occidentale del Morrone, ma ancora di più quello della Majella, man mano che il sole s’inabissa assumono una colorazione tendente proprio al rosa. Se fossimo in Trentino diremmo “enrosadira”, letteralmente arrossiscono. Se fossimo in Trentino porteremmo i turisti a vedere la cresta glabra della Majella diventare rosa e racconteremmo la leggenda di Maja, di suo figlio Hermes, il “gigante addormentato” che da lontano la scruta. Se fossimo in Trentino appunto, ma siamo in Abruzzo e facciamo la fame, con dignità ma facciamo la fame. Almeno il panorama è bellissimo, potrebbe far notare qualcuno.

Il crepuscolo e la Majella “enrosadira”, vista da Bagnaturo (Aq)

Il mantile non è l’unica scheggia sopravvissuta al suo passato. Ci sono pezzi di un mondo contadino e popolare che credevamo sparito e come carboni sotto la brace non sopiscono mai. Quella che sta per assorbirci non è una notte qualsiasi, è la notte di San Giovanni, una delle più suggestive di tutto l’anno, dove paganesimo e cristianesimo si mescolano senza soluzione di continuità e ci consegnano un’infinità di tradizioni a metà fra il sacro e il profano. La religione attinge dall’erboristeria, incontra le credenze popolari e da una shakerata vengono fuori una costellazione sconfinata di riti legati al fuoco, ai fiori, alla terra, all’acqua. Quella a cavallo fra il 23 e il 24 giugno è una notte dove riemerge o sopravvive con forza un pezzo di passato.

“Quietami i pensieri e le mani
e in questa veglia pacificami il cuore”

Così scrive Giovanni Lindo Ferretti in Fuochi nella notte (di San Giovanni) nel primo album studio, Ko de mondo, del Consorzio Suonatori Indipendenti (Csi), gruppo nato dalle ceneri dei disciolti Cccp. In quell’album, quella che era stata una delle band più trasgressive degli anni Ottanta italiani, punkettoni di provincia finiti a Berlino e poi in giro per i palchi di mezza Europa e Italia a far grattare gli amplificatori con le loro chitarre elettriche e a gridare e salmodiare a squarciagola, prendeva atto della fine del sogno socialista e più in generale dell’Occidente come l’avevano conosciuto durante il “Secolo breve”. Si posano così su ritmi melodici e ragionati, mentre la scrittura diventa intimista. Una rottura più che netta rispetto con il passato. Nascono così i Csi e nasce così anche Ko de mondo, una dura critica alla crisi culturale, morale e politica che vive una parte del pianeta. Una descrizione lucida e impietosa del mondo occidentale finito miseramente al tappeto. L’album non a caso, si chiude con Fuochi nella notte, che celebra una giornata di chiusura e passaggio.

Consorzio Suonatori Indipendenti a Finisterre (Bretagna) durante le registrazioni di Ko de mondo, 1994

Nel primo pomeriggio ero stato a casa di Roberta e ne ero uscito fuori con un uovo che avrei dovuto versare in una bottiglia di vetro – soltanto l’albume.Al mattino le influenze notturne delle luna mi avrebbero restituito una certa forma che poteva voler dire: benessere, nel caso si fosse formata una vela; sciagura nel caso di una bara; una nascita in arrivo nel caso di una culla. Purtroppo per me l’esito è stato pressoché indecifrabile e sono quasi sicuro che questo voglia dire soltanto una cosa: sfiga. Questo rito, che altrove è anche una mantica amorosa, ho scoperto essere abbastanza diffuso nel resto d’Italia, ovunque con proprie particolarità nell’interpretazione dei presagi. Tornato a casa sul lavello della cucina campeggiavano ventitré malli di noci, ma di questo “sortilegio” conoscevo il significato. Nicola li aveva raccolti per farci il nocino. Ventitré malli o un chilo di noci dice la ricetta, un rituale alcolico.

L’indecifrabile esito del rito dell’albume nell’acqua

La giornata volge al termine, per me è soltanto l’inizio: Susanna ci ha invitato in campagna per fare il nostro fuoco di San Giovanni e celebrare i riti di questa notte, almeno quelli che ci sono stati in vario modo trasmessi. Nella mia famiglia questa è sempre stata più o meno una notte come un’altra, soltanto per mio zio Maurizio era forse più speciale che per gli altri perché lui il giorno di San Giovanni c’è nato ed infatti il suo nome completo è Maurizio Giovanni. Ma non ricordo un rito, un sortilegio, una tradizione che venisse celebrata nella mia famiglia. Di fatto per me è un’iniziazione vera e propria e a battezzarmi è stata Roberta.

Come in Ko de mondo oggi siamo ancora in crisi: una crisi economica, dentro una crisi pandemica, dentro una crisi ecologica. Il modello economico fondato sullo sfruttamento delle risorse – finite – della terra e sulla crescita infinita, mostra tutti i suoi limiti e le sue storture. Lo preannunciava il primo album studio dei Csi e il pensiero unico, la vittoria del mercato, la fine della storia teorizzata da Fukuyama, la guerra in Jugoslavia nel cuore della democraticissima Europa, l’assedio di Sarajevo preludio di un drammatico genocidio come se dalla storia recente non avessimo imparato niente – come continuiamo a non aver imparato niente con il genocidio dei migranti nel Mediterraneo – erano tutti elementi che andavano a influenzare la loro poetica disillusa.

Achille Lauro in 1990

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere per la prima volta il video di 1990 di Achille Lauro, un brano nel quale l’artista vestito come una post-produzione di Marlin Manson, canta un malinconico e nostalgico “Darararirararaira“, campionando il ritornello di Be my lover dei La Bouche. Alle spalle di Achille Lauro che indossa una t-shirt con la scritta “punk is not dead”, la parete di una cameretta dove campeggiano i miti pop degli anni Novanta: i protagonisti di Beverly Hills, le Spice Girls, i Take That, Keith Flint dei Prodigy photoshoppato sopra il corpo di una donna nuda, Ciao la mascotte dei Mondiali di calcio di Italia 90. Qualcuno nei commenti del video su Youtube ha scritto: “La Bouche cantava un Lalalalalalala gioioso e spensierato come erano gli anni 90, questo è triste e struggente come la fine di questo decennio”. Come se la spensieratezza dei La Bouche non potesse essere altro che quello ovvero la colonna sonora dell’inizio dei Novanta. All’epoca ci raccontavano che avevamo davanti un futuro di progresso e benessere, bastava impegnarsi e lavorare sodo. Si poteva e si doveva soltanto essere allegri e felici, lo spettro del comunismo si era vaporizzato, la mano invisibile del mercato ci avrebbe arricchito, avremmo avuto meno diritti certo, ma la flessibilità avrebbe garantito elasticità al sistema. O almeno questo raccontavano i politici e gli economisti asserviti al pensiero neoliberale.

I Csi come schegge di un passato recente che non perdona leggerezze e superficialità mettevano invece in guardia dall’effimero delle luci scintillanti del mondo che si andava configurando e che mostrava tutta la sua decadenza. La globalizzazione che annullava le diversità, le ricette economiche neoliberiste che avrebbero schiacciato con la loro forza prepotente milioni di persone, i più giovani cresciuti con il mito della flessibilità che sarebbero rimasti stritolati in un presente precario e inaffidabile, le leggi morali cancellate da quelle economiche e dai calcoli politici. Venticinque anni dopo, la frivolezza e leggerezza della dance di inizio Novanta si è trasformata nell’angoscia, l’inquietudine e al tempo stesso la disinvoltura della trap, mentre Ko de mondo è ancora lì, “a ricordarci che c’è poco da stare allegri. Le membra disgiunte, la mancanza di pietà, gli interessi personali che superano persino il semplice buon senso sembrano governare tutta la nostra esistenza”.

G8 di Genova, corteo delle Tute Bianche/Disobbedienti, 20 luglio 2001

Credo che il passato quando torna lo fa sempre per insegnarci qualcosa, mai per punirci in maniera preventiva. Schegge lontane, schegge presenti, riflessioni che spingono a chiedersi se esiste al giorno d’oggi una via d’uscita. Esiste ancora quel “Another world is possible”, quell’altro mondo possibile che avevamo tanto inseguito – anche a caro prezzo – a fine Millennio e inizi Duemila, quando venivano siglati gli accordi che ci avrebbero reso come si diceva allora un “villaggio globale”? Nel movimento No Global la componente contadina era fondamentale e sinceramente agguerrita. La sintonia fra i giovani delle città e i vari movimenti campesinos era stata la forza propulsiva delle giornate di lotta dei controvertici. Campagne e città unite contro la finanziarizzazione dell’economia, la libera circolazione dei capitali e delle merci, le delocalizzazioni della manifattura nei Paesi in via di sviluppo. Oggi di tutta quella potenza resta ben poco a livello globale, sopravvivono invece tantissime “isole” che sono spesso pezzi di quell’altro mondo possibile che sognavamo.

La campagna di Susanna è sicuramente una di queste isole, si trova a Raiano ed è un progetto sperimentale che in un mondo che vuole salvarsi dal disastro ambientale dovrebbe essere la norma. La campagna di Susanna si chiama Giardinella Peligna ed è un’allegra commistione di piante che s’intrecciano e crescono insieme traendo benefici a vicenda. “In natura la diversità è una ricchezza”, andrebbe detto a certe carogne di politici italiani. Giardinella segue l’agricoltura naturale, il metodo della permacultura dove le piante crescono in simbiosi e ogni cosa ha il suo ruolo, il suo senso e il suo posto nel campo. Non c’è bisogno di chimica, niente fertilizzanti, né diserbanti, non ci sono grossi mezzi meccanici come trattori, aratri, frese, il tutto avviene utilizzando il minor numero di risorse possibili: la terra, l’acqua, le proprie braccia e le conoscenze delle’agricoltura naturale. Con il suo progetto Susanna dimostra con i fatti che un altro mondo è dunque ancora possibile. Non è sola in questo, lo fa insieme alla sua compagna Eliana. Subito dopo la fine del loockdown – mi raccontano -, sono partite da Matera dove vivevano, con la macchina piena di valige e piantine che avevano iniziato a far germogliare in Lucania. Susanna e Eliana sono anche loro delle restanti. È stata un’avventura più che un viaggio il loro e sentirlo raccontare nella notte più importante del mondo contadino, le sarà sicuramente di buon auspicio.

Giardinella Peligna, Raiano (Aq)

Questa notte infatti, anticamente coincideva con la Litha, uno degli otto sabbat che scandivano la Ruota dell’anno e quindi il ciclo delle stagioni”. Era un momento delicato e importante perché avveniva la mietitura che avrebbe garantito la sussistenza degli uomini e delle donne per il resto dell’anno. Anticamente era anche un momento di grande festa perché il sole raggiungeva il suo culmine e caricava gli elementi del mondo naturale di tutta la sua potenza. Giorni di festeggiamenti che nell’età pre-cristiana duravano dal 19 al 23 giugno, mentre con l’avvento del cristianesimo la forza di questi giorni è stata tramutata e racchiusa nella festa di San Giovanni. Si accendevano i fuochi per “per incoraggiare il Sole a restare e a non fermare la sua marcia vittoriosa sull’oscurità, dandogli vigore e forza. Ruote infuocate venivano fatte rotolare giù dai pendii, il bestiame veniva fatto passare attraverso i fumi dei falò per proteggerlo dalle malattie, mentre gli uomini saltavano sopra i fuochi per propiziarsi la fortuna dell’anno a venire o per trarre presagi del futuro”. Si chiedeva al sole che iniziava la sua fase discendente, di essere ancora fonte di vita.

Susanna e il fuoco

La Valle Peligna mi spiega ancora Susanna, è un bacino importantissimo di biodiversità. Qui sono sopravvissute tantissime varietà vegetali per diverse ragioni. La prima è sicuramente il grande frazionamento dei terreni che non ha permesso monocolture o il diffondersi di agricoltura intensiva in maniera spinta. La seconda – e vi sembrerà strano – sono le fratte. Le fratte, come dice la parola stessa e l’uso che se ne fa in matematica, sono da sempre utilizzate per dividere. Queste piccole strisce di terreno incolte fra un campo e l’altro, che servivano a dividere la miriade di proprietà esistenti, sono state dei veri e propri incubatori di biodiversità. Questo ha permesso la sopravvivenza di tantissimi fiori, piante e arbusti ed oggi rende la Valle Peligna un luogo ideale dove praticare l’agricoltura naturale.

I frutti di Giardinella

Giardinella diventerà un esempio in un futuro prossimo, ne sono certo. Susanna ed Eliana dovrebbero essere le vere influencer del nostro tempo – provate a mettere una zappa in mano a Ferragni e Fedez e vedete cosa ne tirano fuori. Nel frattempo che Giardinella si affermi come il luogo più avanguardistico dell’agricoltura peligna, sarà per queste poche ore della notte il nostro ricovero. Attorno a un fuoco che si mescola con la penombra del crepuscolo Alice, Antonio, Arianna e ovviamente le due “padrone di casa” accolgono me, Marco e Valerio per dare il via a questa notte soprannaturale.

Giardinella in costruzione, Raiano (Aq)

La  cena è frugale, bruschette, salsicce arrosto, patate e cipolle al cartoccio, insalata e dolci. Da una cassa portatile – nemmeno a dirlo – a viaggiare nell’etere solo le note dei Csi.

“Festa stanotte di misere tribù sparse impotenti
di nuclei solitari che è raro di vedere insieme ancora”

Si chiacchiera attorno al fuoco, si raccontano i riti, ognuno il suo personalissimo che qualcuno della famiglia ha tramandato. Arianna mi spiega che a Raiano la notte di San Giovanni si sceglievano i compari e le comare e cioè si celebrava il comparatico. Si raccoglievano i fiori nei campi e si faceva il mazzetto di San Giovanni, il giovane offriva alla donna il mazzo di fiori, si prendevano per il mignolo e recitano:
Cumpare i cummare,
facémese a cummare.
I se ce ‘ngagneime
a j’mbierne ce ne jeime.
(Compare e comare, facciamoci a comare e se litighiamo all’inferno andiamo)
Si strappavano poi un capello e la filastrocca proseguiva:
Cauemese ne capijje
i demeje a j’ rijje.
(Caviamoci/strappiamoci un capello e diamolo al grillo)
Chi aveva ricevuto i fiori si impegnava a restituirli nel giorno di San Pietro il 29 giugno.

Il mazzetto di San Giovanni

A Raiano la festa religiosa si svolge nel rione di San Giovanni anche conosciuto come “Sotto le mura”. Il rione prende il nome dalla chiesetta intitolata al santo Giovanni ed aveva anche uno ospedaletto annesso. Il compare veniva chiamato anche “sangiuanne” e nel passato aveva una grande valenza a livello di rapporti interpersonali, era considerato compare a tutti gli effetti al pari di una madrina di battesimo, si chiamavano anche “Cumpare de sangiuanne” o “Cumpare de fioure“. Un altro detto legato a San Giovanni in Abruzzo recita: “A San Giuànne, chi n’ha remenùte, o s’ha muòrte o s’ha perdùte” perché in questo periodo erano soliti ritornare i pastori con le greggi in transumanza nelle puglie. Ad ogni modo il rito di comparanza, noi – non avendo più i capelli – decidiamo di farlo a modo nostro, replicando un altro rito molto praticato in Abruzzo e legato al fuoco.

"A San Giuànne, chi n'ha remenùte, o s'ha muòrte o s'ha perdùte"24 Giugno, il giorno in cui tradizionalmente greggi e pastori facevano ritorno a casa, con in tasca il frutto di mesi di lavoro nelle puglie.

Pubblicato da Gotico Abruzzese su Mercoledì 24 giugno 2020

Iniziamo così una serie di salti acrobatici sopra il focolare, mentre Susanna rinvigorisce la fiamma con la cuscuta sradicata con fatica dal campo. La cuscuta è una pianta infestante e parassita che tende a soffocare le altre piante che la ospitano. Mentre brucia noi saltiamo il fuoco fra gli “olèè” dei presenti, un po’ come alla corrida. Poi arriva il nostro momento di bruciare la cuscuta, un gesto simbolico per eliminare ciò che di negativo c’è nella nostra vita, ciò che abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle. Io ne faccio un fascio bello consistente che sul braciere produce una fiamma vorace di almeno un metro che solo un atleta come Valerio si prende la briga di saltare.

La porzione di luna che aleggiava in cielo è sparita da un poco. Il calore delle fiamme combatte contro l’umidità della campagna che tutt’attorno raffredda l’aria e fa di noi dei prototipi lunari con metà corpo al caldo e metà al gelo. Il silenzio della notte è interrotto solo dal crepitare del focolare e da una civetta che da lontano se la prende col mondo intero. Fra i protagonisti di questa notte ci sono sicuramente i fiori, come per l’acqua di San Giovanni. Si raccolgono i fiori e le erbe di campo e si lasciano per l’intera notte nell’acqua, poi al mattino ci si lava con quest’acqua profumata che nel frattempo, secondo la tradizione, avrebbe assunto il potere di preservare dalle malattie, scacciare il malocchio e la malasorte.

Acqua di San Giovanni, foto di Francesca Ferzoco

Del resto l’acqua è l’alterego del fuoco in questa notte. Se da un lato si fanno i fuochi per glorificare il sole, dall’altro l’acqua al mattino diventa purificatrice o propiziatoria. La rugiada che inumidisce i prati acquista miracolose facoltà rigenerative e rotolarsi nell’erba bagnata rende, secondo le credenze: il fisico scattante, vigoroso ed attraente. D’altronde secondo i cristiani il fuoco e l’acqua rappresentano gli elementi centrali della predicazione di Giovanni Battista: “Io vi battezzo con acqua…; ma colui che viene dopo di me… vi battezzerà in spirito santo e fuoco” (Matteo 3.11).

La chiesa privata di San Giovanni, nell’omonimo rione a Raiano (Aq)

Non cantiamo attorno al fuoco come vuole ogni festeggiamento popolare che si rispetti, ma recitiamo qualcosa a giro, Susanna i suoi improperi contro la cuscuta, io l’inizio de La luna e i falò di Pavese che mi pare proprio indicata: “Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire ‘Ecco cos’ero prima di nascere’. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto?”

Arriva così anche il momento di lasciare il consolante caldo del fuoco e immergerci nel buio circostante alla ricerca delle piante e i fiori che formeranno il nostro mazzetto di San Giovanni. Iniziamo con rosmarino e lavanda, relativamente facili da trovare e ben visibili nel campo nonostante la coltre nera diffusa squarciata dalle torce dei cellulari e di una frontalina. Ci sono poi l’artemisia, detta l’erba del viaggiatore e la ruta, l’aglio selvatico e non può mancare l’iperico, chiamato anche erba di San Giovanni, usato anche come antidepressivo. Come detto, nella tradizione raianese il mazzetto andrebbe scambiato col futuro compare in cambio di un capello, ma per noi sarà invece il talismano profumato della serata. Nel giro notturno nei campi c’è spazio infine per la raccolta dei malli di noci perché anche Susanna e Arianna avranno a che fare con la produzione del nocino.

la raccolta delle noci

La notte è inoltrata e il sonno comincia a farsi sentire sui nostri occhi, la stanchezza sui corpi. Così raduniamo le cose e ci prepariamo a tornare a casa. Mentre cammino di nuovo nel mezzo del campo al buio, mi sento come se mi lasciassi dietro una scia luminosa. È la mia serenità d’animo, non sono credente, ma il prendere parte ad un rito collettivo che si ripete nel tempo e nello spazio da millenni mi ha fatto sentire laicamente parte di qualcosa di più grande di me e mi ha instillato il buon umore. Forse inconsciamente quest’allegra giostra ha liberato la mente o l’ha semplicemente tenuta occupata facendo sparire le preoccupazioni quotidiane, almeno per un poco. Forse più semplicemente, quello che mi ha fatto stare bene è stato questo contatto così intenso con la natura. Ogni volta che mi ci immergo, sento il battito accelerato del vivere in città rallentare, placarsi fino a connettersi con quello delle piante, della terra, degli insetti. È come se un’eterna lotta avesse luogo in me fra una parte che vive in città e un’altra che vorrebbe serenamente riappacificarsi con l’elemento da dove proveniamo: la terra appunto.

In un millennio in cui a trionfare sono il denaro, l’apparenza e la virtualità, le schegge impazzite della notte di San Giovanni bucano ogni ipocrisia, falso mito e schermo a cristalli liquidi esistente. In un mondo in piena crisi di senso e senza più alcuna direzione, queste schegge tornano per ricordarci ciò che siamo e cosa dobbiamo abbracciare se non vogliamo soccombere asfissiati dai nostri stessi gas di scarico. Non ho nessuna buona ragione per credere in Dio e San Giovanni in fin dei conti è solo una scusa, ma credo che in mancanza di altri validi punti di riferimento, abbiamo assoluto bisogno di una ritrovata spiritualità nei confronti della natura che ci porti nel vivere quotidiano a preservarla e conservarla. Un po’ come per millenni hanno fatto gli uomini e le donne che vivevano e lavoravano i campi e la terra. Un po’ come fanno oggi Susanna ed Eliana. Un po’ come vorrebbe la scheggia di passato tornata prepotentemente per fare da ponte e creare una tensione fra il mondo al tappeto e un futuro migliore forse ancora possibile, in questa ormai buia e fredda notte di San Giovanni.

Ps. Nello scrivere questo racconto, nel cercare le fonti e le varie tradizioni, me ne sono imbattuto in una miriade sterminata, pertanto non era mio intento riassumerle o essere esaustivo in questo senso. Ho raccontato più semplicemente quelle con cui sono entrato in contatto.

Storie come questa, sono contenute nel libro Cronache della restanza (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.


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