San Benedetto in Perillis e il bambino che aggiustava gli adulti

San Benedetto in Perillis e il bambino che aggiustava gli adulti

10 Agosto 2020 0 Di Vino

Jamal ha 8 anni, il gesso al braccio e il simbolo di Batman ritrattato sulla testa. È socievole e gli piace raccontare le barzellette e quando passa alle storie horror accampa una voce talmente gutturale che si sentono vibrare persino i timpani.

Jamal vive a L’Aquila, suona la batteria – ne prende lezioni a Case Matte – ed è un portento della beatbox al punto che durante la presentazione di Anubi, Antonio gli ha chiesto una performance e lui che è tutto meno che timido, non si è certo rifiutato di farla.

Jamal corre con gli amici e le amiche per le strade di San Benedetto in Perillis, è fra i pochi qui a non percepire la decadenza che vive il paese, la stessa identica che vivono tutti gli altri borghi italiani, abbandonati al loro destino: dover sopravvivere con sempre meno risorse, tagli dei servizi e un territorio fragile di cui lo Stato non si prende più cura.

Jamal, San Benedetto in Perillis (Aq)

Qualcuno dice: “Il paese non è più quello di una volta”, io mi guardo attorno e penso “cosa invece è com’era una volta?”. C’è forse qualcuno in giro con le Bull Boys o i ragazzini nelle piazze giocano a pallone col supertango o vedete i bambini fare la conta per scegliere chi inizia in porta a “tedesca” o chi conta a nascondino? Niente è uguale a ciò che era prima.

“Non tornerò mai dov’ero già , non tornerò mai a prima, mai” canta Giovani Lindo Ferretti con i Csi in Irata. Questa idea romantica che i borghi che devono rimanere ancorati ai tempi dei nostri nonni è scomparsa con le loro dipartenze verso un mondo migliore di questo. Niente ci riporterà il passato e non aiuta camminare in avanti con la testa rivolta all’indietro, aspettandosi che qualcosa stia d’improvviso per tornare. Come se da un momento all’altro i nostri arti si potessero accorciare, dal viso potessero sparire i  segni dell’età e il tempo potesse ripiombare ad un momento qualsiasi di ciò che è stato.

No, i borghi non devono essere i luoghi della conservazione tout court. Bisogna conservare i loro tratti tipici, unici e irriproducibili altrove questo è certo, ma bisogna anche aggiornarli ad un mondo in continuo mutamento. Avrebbe senso oggi andare in campagna con l’asino e la mambrucca – se non sapete cos’è googlatela – solo perché lo faceva il nonno? Andarci con il motocoltivatore o con l’Ape car è deprecabile tanto quanto quei paesi che “non sono più quelli di una volta?” O è semplicemente segno di un mondo che cambia e noi – e i borghi – con quello?

È chiaro che non tutto deve essere cancellato, né tutto deve essere innovato. Mi piace molto il termine che ha utilizzato Marco “aggiornarsi”. Nessuno si lamenta oggi della mancanza delle cabine telefoniche nelle piazze,  allora perché auspichiamo dai paesi un ritorno ad un passato che non esiste più?

San Benedetto in Perillis (Aq), foto di Gotico Abruzzese

La verità è che forse, troppo spesso, abbiamo bisogno di scuse per non assumerci le nostre responsabilità, perché la vita nei borghi è dura. Ieri a San Benedetto in Perillis dopo cena, non siamo andati in nessuna discoteca, cocktail bar o strada della movida. Con le nostre ossa e i nostri stracci ci siamo mossi senza fretta verso il centro storico, la parte alta del paese. Una risalita lenta e silenziosa, fra case dirute e abbandonate, vicoli chiusi dopo il terremoto e aggregati i cui lavori con molta probabilità non partiranno mai o lo faranno con decine di anni di ritardo.

Jamal gioca sorridente per le strade di San Benedetto, le poche macchine che l’attraversano non sono un problema, qui procedere a passo d’uomo è indispensabile per gli automobilisti per capire se sono finiti dentro un film distopico o se davvero in quelle quattro case è ancora capace di abitare qualcuno. Il centro commerciale più vicino è a più di un’ora di automobile, come si sopravvive qui?

Jamal non ha pensieri per la testa, non ha un passato da rimpiangere e probabilmente riuscirebbe a divertirsi con i suoi amici e le sue amiche anche fra le macerie di Aleppo, è così che funziona per i bambini e le bambine, si guarda solo il bello delle cose. È con il tempo che ci si guasta, si lascia entrare il brutto del nostro tempo: il rancore, l’invidia, le paranoie, la frustrazione. È pressappoco questo che ci fa diventare adulti, un processo di abbrutimento. C’è un prima e un dopo. C’è un prima in cui si è capaci di giocare anche con dei ceppi in mezzo al nulla e c’è un dopo in cui rincorriamo sempre il bisogno di una felicità che deve essere continuamente consumata e una volta raggiunta dura soltanto qualche momento ed è seguita da un nuovo bisogno di consumo, ancora maggiore e così via, fino a quando le nostre risorse diventano inferiori ai nostri bisogni e possiamo cullarci in uno stato di ovattata infelicità e rassegnazione, senza renderci conto di ciò che abbiamo, senza accorgerci del buono che c’è attorno. Come i bambini, ma esattamente al contrario. Kurt Vonnegut direbbe: “Quando siete felici fateci caso”.

Jamal e Brad, San Benedetto in Perillis (Aq)

La vita nei borghi è dura perché tolto il mese di agosto e le vacanze natalizie e pasquali, si porta avanti un’esistenza solitaria. Io lo dico sempre e l’ho scoperto a mie spese: “Da queste parti impari a stare solo con te stesso” o impazzisci, oppure ti droghi, oppure ancora ti alcolizzi – o anche tutte e tre le cose insieme. Non è facile restare dove tutti se ne vanno. Il ripopolamento dei borghi però non dovrebbe essere un fatto obbligato, un macchinoso progetto di ingegneria sociale. Bisognerebbe mettere le persone nella condizione di poter tornare o restare e su questo siamo ancora indietro anni luce. Anche se qualcuno vorrebbe un paese incorniciato nel passato, gli abitanti del presente hanno bisogno della fibra, di un ufficio postale funzionante, dell’autobus e dello scuolabus, c’è bisogno del dottore e c’è bisogno dell’assistenza domiciliare agli anziani. Senza questi servizi essenziali, il ripopolamento resta un’illusione o un sacrificio che si paga caramente, a proprie spese.

E una delle cose belle di un luogo così piccolo è che nella testa di chi te lo racconta, per l’occasione Mimma e Fiorella, anche il minimo dettaglio si ingigantisce di senso. Questa è la pietra dove sedeva Francuccio, con la coppola sempre storta e il bastone a fare compagnia alla mano destra. Questa è la casa di Gennarino, l’ubriacone del paese che da quando se n’è andato, al bar ha lasciato un vuoto incolmabile. Questo è il balcone di Marietta che quand’ facev’ le sagne l’addore se sentev’ alla muntagne. No, non è vero, queste non sono le storie di San Benedetto, ma sono anche queste le storie di San Benedetto e sono anche le storie di ogni borgo che attraversa l’Appennino. Abbiamo la pazienza di fermarci a scoprirle? O siamo troppo indaffarati con i nostri selfie per potercene rendere conto? A che velocità deve essere attraversato un paese come questo per scoprire le storie di almeno uno dei suoi abitanti?

La performance beatbox di Jamal

Jamal direbbe con molta probabilità che a lui neanche tutto questo serve, che a lui basta lo scivolo e l’altalena e certi giorni nemmeno quelli, perché anche perdersi per i vicoli del paese e riacchiapparsi l’angolo dopo gli è sufficiente per stare bene e divertirsi. Lo invidio, non c’è nulla da fare. Invidio l’innocenza di chi sa guardare il mondo con occhi meno disillusi dei miei. Allora provo a incidere le cataratte “dell’adultismo” che insistono sul mio cuore – e sui miei occhi – e mi accorgo del bello che c’è a San Benedetto – scacciando la profezia di Marco che vorrebbe convertirne il nome in un più orrorifico San Maledetto.

Lentezza, da sempre sinonimo di sciagura perché la lentezza riduce il profitto dei padroni. Della lentezza dovremmo riappropriarci e farne un vessillo e anteporla ai ritmi frenetici che un sistema economico spietato e predatorio ci impone. Liberarci dal lavoro è forse impossibile, ma liberarci dalle costrizioni – e costruzioni, soprattutto mentali – alle quali il lavoro ci porta anche quando non lavoriamo, questo è necessario se non vogliamo impazzire del tutto.

Rallentare ferocemente il nostro battito frenetico metropolitano, immergersi in un bosco, fomentare la disconnessione, camminare come nuovo moto di rigenerazione dello spirito, conquistare fette di benessere mentale. Respirare a pieni polmoni e scoprire il profumo della terra, di un campo di grano dopo la mietitura, delle foglie che dalla terra ritornano terra. Ascoltare – non sentire – quello che ci circonda, il cinguettio selvaggio di centinaia di uccelli o il frinire indisciplinato di grilli e cicale nel pomeriggio torrido.

San Benedetto in Perillis (Aq), piazza Don Luigi Sturzo, foto di Perill’Arte

A Jamal tutto questo piace, non me lo ha confessato, ma a lui che il lavoro non è ancora piombato nella testa come un martello pneumatico, a lui che è un fabbricatore infaticabile di sogni e felicità, a lui che da grande vorrebbe salvare gli animali, a lui tutto questo appare familiare.

La nostra camminata post-serale continua fino al belvedere di San Benedetto, dove perdo decisamente l’orientamento. Un curvone buio dove mancano le lucciole, presentissime solo fino a qualche giorno fa, ci fa aggirare il borgo fino all’affaccio sulla valle sottostante dove inizia lo sport più praticato in Abruzzo: “indovina che paese è”. Sono talmente disorientato che azzardo tronfio e borioso “Quella è Ofena” senza rendermi conto che la valle del Tirino si trova più a nord e che quella che si apre sotto di noi è l’alta val Pescara. Così il gioco entra nel vivo e ci si divide subito in diversi gruppi in cui ognuno sostiene che quel raggruppamento di luci è un determinato paese. Scartata in un lampo l’ipotesi Ofena, mi butto su Roccamorice – poco gettonata ad essere sincero – mentre i due gruppi più nutriti si dividono fra Tocco da Casauria e Torre dei Passeri. Alla fine a vincere è sempre il gruppo che sostiene le sue tesi con più vigore e mancando un giudice che assegni il titolo la partita si conclude al bar, davanti a delle belle bocce di vino e di birra. Non questa volta però, perché l’obiettivo della camminata sono le mura della vecchia San Benedetto, in parte chiuse per via di un cantiere, il cui inizio dei lavori si attende ormai da oltre tre anni.

L’abbazia di San Benedetto è l’elemento fondante del paese. Dall’alto domina le case più o meno abitate. È fra le più antiche d’Abruzzo e la sua data di fondazione è da far risalire addirittura all’Ottavo secolo. Nella piazzetta antistante la chiesa l’umidità scompare e un tepore ci accoglie e puntualizza l’estrema sapienza degli antichi che sapevano dove e come costruire. Le grotte di San Benedetto, altro elemento caratteristico del Paese – anche se purtroppo attualmente inagibili – restano ben salde sotto i nostri piedi. Una volta erano un luogo vivo del borgo, col loro clima temperato e le decine di cunicoli capaci di ospitare gli abitanti e le loro bestie. La torre dell’orologio, il monastero, il primo nucleo di case sorte intorno all’abbazia restano interdette per via del terremoto, ma è comunque un bello spettacolo alla vista, almeno per me che ricordo bene cosa si cela dietro quelle recinzioni.

L’abbazia di San Benedetto, VIII sec., foto di Perill’Arte

Jamal non saprà mai com’era questo angolo di paese prima del terremoto del 6 aprile 2009. Forse un giorno non troppo lontano questo verrà riconsegnato ai suoi abitanti e Jamal con i suoi amici e le sue amiche potranno scrivere una nuova storia fra queste pietre e questi vicoli secolari. Al momento non ci pensa ancora, ma il cantiere diventa a volte un luogo magico da esplorare di nascosto dagli adulti.

Riscendendo ci fermiamo sulle scalette della chiesa di mezzo, così chiamata da tutto il paese e talmente modesta che le nostre guide non ricordano più a che santo appartenga. Solo a posteriori una ricerca su Internet mi rivelerà che è dedicata alla Madonna delle grazie. Le chiacchiere si esauriscono lentamente poco dopo, come le ore della notte mentre il sonno si fa largo prepotente. Alle automobili parcheggiate in piazza Don Luigi Sturzo, scambiamo i saluti di rito e la promessa di rivedersi presto, mentre sulla via del ritorno il fresco che dal finestrino mi sbatte in faccia, mi prende a schiaffi e mi strappa alle allucinazioni del sonno più che della genziana.

Chiesa della Madonna delle Grazie, San Benedetto in Perillis (Aq)

È probabile che in questo racconto manchi una parte, quella che risponde alla domanda che qualcuno si starà facendo e che dice: “e noi cosa possiamo fare?” Io una risposta ben precisa non ce l’ho e nemmeno mi sentirei troppo di rivelarla se ce l’avessi perché tocca corde troppo profonde e intime che incidono sulle scelte di vita delle persone e nessuno si può improvvisare a darle, tanto meno io. Posso però raccontare quello che è successo a me, quello che sentivo fino a qualche mese fa, quando vivevo ancora a Sulmona e dopo più di venti anni di inconsapevole esistenza cittadina, da un paio di anni ogni mattina ero assalito da una sorta di magone fatto di insoddisfazione mista a claustrofobia. Non che Sulmona sia questa grande metropoli inaffrontabile, ma io avevo il desiderio di tornare a Bagnaturo, dove la vita – se è possibile – rallenta ancora di più che in una piccola cittadina e dove la natura si spande tutt’attorno alle poche case della frazione. È di questo che avevo bisogno, era questo che andavo cercando, ma per pigrizia ed eccessiva comodità della vita cittadina non mi ero mai convinto a fare “il grande passo”.

È successo così che il Covid mi ha dato quella spintarella di cui avevo bisogno e adesso al solo pensiero di compiere il tragitto al contrario mi viene lo stesso magone di qualche mese fa. Non ho fatto nessuna scelta trascendentale o radicale sia chiaro, mi sono semplicemente spostato da casa di mia madre a quella di mio padre e le due case si trovano a soli 5 chilometri l’una dall’altra. Quello che è cambiato è il mio impegno e la mia partecipazione ad una comunità, che ora sento più intima e vicina.

San Benedetto in Perillis (Aq), foto di Gotico Abruzzese

Ritornando a noi, credo di poter affermare che i borghi hanno assoluto bisogno del nostro aiuto. I modi in cui possiamo farlo sono diversi e tornarci a vivere è solo l’ultimo, il più radicale e importante di questi. Possiamo visitarli e o animarli nei nostri giorni liberi, possiamo fare parte della comunità attivamente partecipando e o organizzando gli eventi, possiamo promuoverli sui social e di persona, farli conoscere ai nostri amici e alle nostre amiche e possiamo scoprirne a nostra volta di nuovi. Possiamo chiedere ai rappresentanti politici che se ne comincino ad occupare seriamente. Possiamo innescare processi politici in favore dei borghi o prendere parte ad esperienze già avviate o consolidate. Ci sono diverse intensità di intervento, ma la cosa più importante è prendere parte alla vita dei borghi e farlo in fretta, prima che sia troppo tardi.

Se non siete convinti che i borghi meritino una possibilità, vi consiglio di andare a San Benedetto in Perillis, chiedete di un certo Jamal, pare abbia qualcosa da insegnare agli adulti, li aiuta a guardare il mondo con occhi diversi.

Storie come questa, sono contenute nel libro Cronache della restanza (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.


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