L’importanza di non essere  Flavio Briatore. Estratto di Cronache della restanza

L’importanza di non essere Flavio Briatore. Estratto di Cronache della restanza

25 Agosto 2020 0 Di Vino

Un corvo ha appena gracchiato qualcosa di incomprensibile dal ramo più alto di un noce davanti camera mia. Le nuvole della notte sono andate via scoprendo quel poco di sole che anche oggi si è deciso a comparire per scaldarci corpo ed anima e non è detto che ci riuscirà. Non fosse altro che da qualche tempo, da queste parti, pare che in molti abbiano venduto l’anima al diavolo.
Un po’ come zombie delle montagne ci muoviamo senza cognizione di causa, verso i luoghi di lavoro e poi la sera verso casa, in un turbinio costante e irrequieto di uomini e donne che vagano nello spazio senza averne ben chiaro il motivo, senza sapere pienamente di che sostanza sono fatti.

Cosa siamo?
Me lo chiedo spesso, mi chiedo anche quale possa essere il senso delle montagne e della provincia in un mondo globale, in una società che tutto tende ad amalgamare e divorare, che tutto vuole comperare e che vorrebbe cittadini metropolitani anche quelli di Pizzoferrato, cancellando l’altitudine e migliaia di anni di cultura popolare che ha temprato la gente delle montagne e delle aree interne.
Identità, dal latino Identĭtas ovvero medesimo, perfetta uguaglianza. L’identità è ciò che siamo, per qualcuno è uno strumento politico per affermare sé stesso ed escludere il diverso, per me l’identità è ciò che rappresentiamo con i nostri corpi e le nostre vite. Un concetto profondo, difficilmente sintetizzabile con un’etichetta. È qualcosa di cui sono all’eterna ricerca e non ne comprendo mai la totalità. È un pensiero complesso che mi affascina, mi seduce e mi sfugge di continuo.

Siamo il prodotto dell’intreccio di milioni di storie interrelate a loro volta con paesaggio e natura, da un tempo remoto fino a questo momento.
Anche se qualcuno è stato inghiottito dal vivere globale, resta attualissimo ragionare sul cosa siamo, perché da queste parti, sopravvivono ancora delle unicità che andrebbero valorizzate più che dimenticate.
Cogliere un pomodoro dall’orto e mangiarlo il minuto dopo, conoscere ogni persona del tuo paese, la sua storia, la sua sofferenza, calpestare strade che non sono irrimediabilmente identiche alle vie dello shopping di qualsiasi altra città, Modestina, Ernesta, Marietta, Velina ed Elsetta che ogni giorno si radunano davanti casa e creano la loro narrazione del mondo e quando passi ti invitano per un caffè sono solo qui e ora. Da queste parti anche uscire a fare un giro in graziella – con tutta la fatica che comporta – invece che con una e-bike, ha il suo senso, la sua unicità.

Il mondo globale invece vuole standardizzare ogni cosa, rendere tutto prezzabile e consumabile – persino i rapporti umani –, tutto si assomiglia e la realtà viene governata dalla moda e dai suoi vassalli: gli influencer. Uno degli sforzi più importanti che dovrebbero fare gli abitanti della montagna e delle aree interne dovrebbe essere proprio quello di interrogarsi sulla propria identità, marcare le differenze col resto del mondo e farne la propria virtù, senza estremizzare il concetto a discapito degli altri, semplicemente avendo consapevolezza del proprio essere, senza conformarsi al consumismo imperante a ogni costo.

Appena il mare, le città d’arte, le metropoli finanziarie e le colline con i vigneti e gli agriturismi saranno saturi, qualcuno tornerà sulle montagne per colonizzare anche quelle, costruire nuovi resort e alberghi extra lusso, impianti sciistici e seggiovie verso il nulla, gallerie e metri cubi di asfalto e cemento. Appena le montagne torneranno di moda – e state certi che accadrà perché le mode sono cicliche – proveranno a globalizzare anche questo piccolo spicchio di pianeta, replicando ovunque isole di Courmayeur, affascinandoci con il falso mito del denaro. A quel punto noi che viviamo con poco e non abbiamo niente e quel niente già ci basta, dovremmo rimettere in moto tutte le sinapsi del “cosa siamo” perché non possiamo consumare quel poco di noi che c’è rimasto, come se fossimo un Briatore qualunque.

Questo racconto è contenuto nel libro Cronache della restanza (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.


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