Cronache della restanza, “un viaggio sul sentiero dei ricordi”, la recensione di Fania4000

Cronache della restanza, “un viaggio sul sentiero dei ricordi”, la recensione di Fania4000

15 Ottobre 2020 0 Di Vino
Bagnaturo (Aq) poco fa, non tutto è perduto!

Pubblichiamo con piacere una recensione di Cronache della restanza della book influencer Fania4000 alias Stefania Ughi, scrittrice e poetessa toscana, buona lettura.
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“Restare è  la forma estrema del viaggiare”. È con questa frase di Vito Teti che l’autore ci introduce nel suo viaggio percorrendo il sentiero dei ricordi,  alla ricerca della verità e dell’ultimo sussulto di una vita che ci sta sfuggendo di mano, in una corsa a ostacoli verso la liberta.

Savino Monterisi sa muoversi bene lungo le strade che lo riportano verso i luoghi del passato. Ma non si tratta di un ripiegamento verso se stesso, quanto l’ultimo sforzo per ricongiungersi a quella parte di se che ancora lo fa sentire “vivo”, sebbene la vita in quei luoghi sia solo l’estremo anelito di chi ancora non riesce ad arrendersi all’ineluttabilità di un progresso che invece di avvicinarci gli uni agli altri ci allontana irrimediabilmente.

Si viaggia molto in questo libro sebbene i sentieri percorsi siano stretti entro i confini della terra d’Abruzzo, e non si svolga con il treno della Transiberiana d’Abruzzo tra montagne e strette gole lungo una delle più belle vie paesaggistiche d’Italia.

Il viaggio di Savino, pur attraversando vallate e inerpicandosi verso cime  spettacolari, è anche un viaggio attraverso la memoria di chi ha saputo restare, di chi non si è arreso al miraggio di un mondo malato che vorrebbe spingerci lontano dalle nostre radici, verso il fragore di una felicità illusoria che ormai non convince quasi più nessuno.

Ecco che allora ci ritroviamo nella terra del silenzio, restando sorpresi da ciò che peraltro conoscevamo già ma che per mille motivi abbiamo accantonato, spostando la nostra fiducia nei confronti di qualcosa che ci sta  semplicemente illudendo, quel  futuro preconfezionato che equivale a una terra straniera che spesso ci ammalia esercitando il potere catartico del non ancora esperito.

Per fortuna la globalizzazione non ha convinto tutti. C’è ancora chi riesce a chiedersi “dove stiamo andando” e soprattutto “cosa rischiamo di diventare”, fagocitati da una realtà dove tutto ha un prezzo, tutto è standardizzato e ci rende cosi simili gli uni agli altri privandoci della nostra identità.

In questa analisi emerge prepotente il “Mito del denaro”, della ricchezza fine a se stessa, quella che ci consentirebbe di essere compratori seriali di ciò che è inutile, di cui non abbiamo alcun bisogno ma che esercita il suo fascino ammaliatore soprattutto tra i giovani.

“Per le nuove generazioni non c’è enigma, non c’è mistero, non è dato il senso del tragico, non è concesso sperimentare la meraviglia. Ma la vita non è ovvia e in fondo al cuore c’è sempre qualcosa che non torna” cit. Giovanni Lindo Ferretti.

All’autore, estremamente caparbio nella sua ricerca dell’avventura fuori dai luoghi consuetudinari, riesce difficile assuefarsi alla vita di routine della citta, con i suoi percorsi prefissati e ormai fin troppo noti. La montagna è invece scoperta continua, è sfida perenne verso l’ignoto, ma soprattutto verso se stessi, perché qui “ogni sasso, ogni albero ,ogni mulattiera, ogni casa, ogni fontanile ha una storia da raccontare”.

E di racconti nel libro ce ne sono ancora moltissimi e tutti volti a percepire e a divulgare la necessità di salvaguardare la nostra cultura e la nostra storia, quella storia che ancora pochi vecchi caparbi sono in grado di raccontare e che i giovani più arditi sarebbero ben lieti di tramandare se solo fosse offerta loro l’opportunità di restare.

Ciò che l’autore ci invita a rivalutare è la lentezza,il muoversi fuori dagli schemi,osservare la natura con l’incanto dei bambini, meravigliandoci di ciò che qui esiste da sempre sebbene sia nascosto agli occhi di molti.

Sul finire di questo bellissimo racconto a tratti molto introspettivo, non può mancare l’invito rivolto alle politiche pubbliche affinché si possa investire in infrastrutture, servizi e progetti innovativi per non perdere la memoria storica dei luoghi ma soprattutto per riportare i giovani nei borghi di una regione che ha ancora molto da offrire. Tutto questo per smettere di essere ossessionati dalle banche, dalla finanza, e da una burocrazia a cui si sopravvive con molta difficoltà. Serve un minimo di autoimprenditorialità ma anche di fiducia in un futuro che non deve vederci tutti in fila nei megastore o nei supermercati alla ricerca di ciò che puoi trovare nell’orto del vicino, facendoti bastare ciò che hai, disdegnando il superfluo e riscoprendo magari la piccola attività aziendale di famiglia.

E poi finalmente “ascoltare il silenzio” che in realtà fa fin troppo rumore quando riesci ad afferrarlo e allora ci scappa anche una riflessione sul tempo quando “cala la sera, tramontano i pensieri, le polveri si adagiano, cessa quel turbinio di menti indaffarate, torna la quiete e il cuore si addormenta mentre tramonta il sole” (cit. Stefania Ughi).