Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema

Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema

21 Novembre 2020 0 Di Vino

Benvenuto a te che fai del morire
un’epopea di colori
Mariangela Gualtieri

C’è un angolo di questa valle dove l’autunno comincia in anticipo. Un trapezio vagamente regolare assume sfumature in aperto contrasto con la natura circostante già a metà settembre. Le piccole foglie degli aceri posti poco oltre il santuario di Ercole Curino, ai piedi del monte Morrone, iniziano a ingiallire e arrossire, mentre attorno è ancora tutto verdeggiante. Il frassino e il terebinto li osservano incuriositi non comprendendo l’anticipo. Il pino d’Aleppo è incredulo e non si spiega tanta premura lui che non cambia mai colore e non lascia andare via le pigne. La santoreggia dal basso contrasta con la fioritura da bianconiglio e la roverella carica di ghiande giunte a maturazione sente che è il momento di lasciarle andare.

Il bosco di aceri, santurio di Ercole Curino, Sulmona (Aq)

Inoltrarsi in questa natura che si avvia al riposo, consola. Camminerei scalzo su questa vecchia mulattiera battuta dalla polvere se i pochi turisti presenti non mi prendessero per uno a cui manca qualche giovedì nella testa. Dalle foglie scompare la clorofilla, per questo il loro colore muta. Dopo un lungo e perdurante utilizzo, al calare dell’intensità del sole il loro ruolo viene meno e l’albero le lascia libere di andare sollazzate dal vento. Per lui è rischioso mantenerle appese perché col sopraggiungere dell’inverno i liquidi che contengono al loro interno potrebbero congelare, compromettendo le sue funzioni vitali. È una questione di economia dicono, di convenienza e di programmazione. Del resto ognuno dovrebbe farlo per gli affari propri. Da millenni ci preoccupiamo di risparmiare denaro, imbarattolare, essiccare, salare, affumicare e congelare provviste, accatastare legna, preparare i terreni al riposo, ci prendiamo cura del nostro corpo. La parola stessa economia, che deriva dal greco οἰκονομία significa pressappoco “prendersi cura della casa”.

Eppure non capisco perché lo Stato, da qualche decennio ha smesso con questo compito. È come se vivesse senza preoccuparsi di una parte dell’abitazione, che ne so, del tetto o delle tubature. Un giorno nota un gocciolamento e lo ignora. Il giorno dopo e quello dopo ancora questa indifferenza continua. Se non interviene, col tempo, quella parete afflitta dall’acqua potrebbe collassare e venire giù, travolgendo tutto miserevolmente.

Sentiero Cai 1 da Villalago a sorgente Faete, nei pressi del monte della Rovere, Villalago (Aq)

L’autunno alla fine è arrivato per tutti. Senza bussare alla porta, come un ospite atteso che si fa trovare seduto in salotto, l’autunno poco alla volta ha colorato le chiome degli alberi dando vita a quel fenomeno che ci ostiniamo a chiamare foliage. Il bosco di aceri del santuario di Ercole Curino, come il ciclista gregario che spinge il suo capitano, ha tirato la volata agli altri alberi della valle. A monte i faggi disegnano eleganti composizioni dalla matrice impressionista. Rosso vinaccia, giallo ocra, le foglie diventano una mescolanza di colori, una collisione attesa e desiderata. Anticamente il ciclo delle stagioni dettava il tempo alla vita. Oggi siamo abbastanza indifferenti al mutare delle stagioni, ce ne interessiamo più che altro perché siamo costretti a cambiare abbigliamento, perché si avvicina il periodo delle ferie o quello dei regali di Natale. Condizionano indirettamente ancora la nostra vita, ma ce le lasciamo scorrere lentamente addosso senza soffermarci un minuto ad apprenderne la magia.

Ultimamente alla meraviglia del volgere il naso all’insù verso i monti e scoprirne il bosco invaso da decine di colori pastello, segue una sorta di angoscia. Il loro abbandono è lampante, la gente di quei luoghi è lasciata a sé stessa. Un inquilino poco attento alla sua economia, sulla parete gocciolante ha posto un bel quadro di Giovanni Segantini, magari uno di quelli dove per ironia della sorte ci sono delle belle montagne innevate sullo sfondo. Questo inquilino un po’ distratto, ogni giorno, passando davanti al suo “Le cattive madri” che ha appeso in salotto, si compiace. Nella tela sono raffigurate madri sbadate che in vita hanno trascurato i loro figli, condannate a rimanere insieme ai neonati in una landa desolata che richiama il Cocito, l’immenso lago ghiacciato descritto da Dante nell’inferno della Divina Commedia. L’uomo si compiace per la sua saggia scelta piena di gusto e intanto non pensa alla parete e ai suoi problemi.

Le cattive madri, Giovanni Segantini

Come nella favola della cicala e della formica, l’autunno arriva a ricordarci che se non ci si occupa delle cose, le cose si occuperanno di noi. Mentre la laboriosa formica accumula chicchi di grano nel formicaio, canterina la cicala si gode il caldo del sole. Così come la penuria di cibo autunnale, lascia intendere alla cicala che l’estate non è eterna, il nostro sguardo meravigliato dai boschi che cambiano volto, dovrebbe farci sorgere qualche domanda.

Stato, inquilino sbadato, madre distratta, cicala, stanno avendo o hanno avuto poca capacità di fare economia, di essere albero o formica. Oggi il più grande problema che vivono le montagne è la mancanza di visione generale all’interno dello Stato, non sappiamo proprio che farcene. Non solo le montagne intese come cime, ma soprattutto quelle considerate come aree montane abitate dall’uomo, quelle che da qualche tempo abbiamo iniziato a chiamare “le terre alte”, o quelle che il geografo Mauro Varotto chiama “montagne di mezzo”, ovvero dove si incontra la montuosità geografica con la montanità antropologica e culturale. Questa parte di territorio, lo Stato, ma sarebbe meglio dire la politica nazionale, non sa come inserirla in una idea organica di Paese. Avete per caso mai sentito parlare un leader di un partito nazionale del futuro delle montagne abitate? Eppure queste non sono aree proprio irrilevanti, secondo Uncem (Unione nazionale dei comuni, comunità ed enti montani) infatti, i comuni montani e quelli di aree svantaggiate sono 3587 su un totale di 8100 comuni italiani, per una popolazione di oltre 16 milioni di abitanti e un’estensione territoriale che comprende circa il 60% di quello nazionale.

A proposito di montanità culturale, tramonto sulla Valle Peligna (Aq)

Nonostante l’importanza che trasmettono questi numeri, le terre alte in Italia sono un gigantesco rimosso. Un vuoto che chi governa – ma anche chi fa opposizione – non ha idea di come riempire. Non una proposta, una minima visione, progettualità, intuito, nulla di nulla. Non sappiamo se dobbiamo asfaltarle o se dobbiamo conservarle come gemme della più preziosa specificità. Non sappiamo se dobbiamo replicare altrove isole di Cortina e Roccaraso o di Decontra di Caramanico, San Benedetto in Perillis e ancora Fontecchio. Non sappiamo se il futuro sta negli impianti sciistici che continuano ad essere finanziati con i fondi europei (e non) destinati allo sviluppo, mentre devastano irrimediabilmente i versanti delle montagne in un mondo sempre più rovente, oppure se sta nelle storie del pastore Paolo Sanelli, nella sagra delle Quatrinelle e in Jamal che corre libero e sereno con i suoi compagni o ancora “nell’arrivanza” di Todd e di chi è attratto dal silenzio e dalla vita di una comunità che sa ancora respirare.

Eppure le terre alte italiane sono in molte parti attraversate da comunità resistenti che spingono dal basso per tenere in vita i loro borghi. Organizzano iniziative, feste patronali, ripuliscono strade e sentieri, mostrano al mondo il loro piccolo angolo di paradiso. Questo fermento si scontra contro una cappa calata dall’alto e li soffoca ogni giorno di più. Lo Stato si ritira dalle montagne di mezzo e dai paesi delle aree interne, le strade vengono giù e restano chiuse per anni, le scuole hanno sempre meno iscritti e chiudono, gli uffici postali sono aperti – là dove non sono stati già chiusi – con il contagocce, le corse dei bus vengono tagliate senza appello, i presidi sanitari vengono smantellati e le prestazioni territoriali ridimensionate. La burocrazia è un cappio al collo come nel resto del Paese, ma qui la sua morsa è più incombente perché le realtà sociali ed economiche sono più delicate e fragili. I fondi stanziati per questi comuni sono sempre pochi e spesso mal gestiti e anche le politiche strutturali – vedi la Snai, Strategia nazionale per le aree interne – vanno avanti a rilento, con finanze dedicate ristrette e con un’incapacità intrinseca di coinvolgere i cittadini, trasformando – il più delle volte – i finanziamenti nell’occasione per i notabili della politica locali di spartirsi la torta senza progettualità alcuna.

Ruderi del monastero di San Pietro de Lacu, Villalago (Aq)

L’autunno sta volgendo al termine. La neve è arrivata accolta dai monti e il freddo s’insinua in tutti gli anfratti compresi quelli più reconditi del nostro corpo. È stato un racconto strano questo, iniziato oltre due mesi fa e lasciato a decantare come il vino, col tempo che trascorreva e mutava poco alla volta l’oggetto della mia riflessione: gli alberi. Considerazioni si sono aggiunte nel corso delle settimane e la mira si è affinata fino a determinare una traiettoria chiara e precisa. Presentando nei mesi passati Cronache della restanza spesso mi è capitato di sentirmi domandare dagli uditori “Sì, ma quindi? Cosa possiamo fare noi?”. Cosa possiamo opporre noi singoli a questa mancanza di visione, a questa perdita di senso, a questa strategia dell’abbandono? Rispondere a questa domanda mi fa venire sempre a mente quello sketch di Benigni – di quando faceva cose belle – in cui descrive il tenore delle iniziative che si tenevano nel circolo del Pci della sua frazione di Vergaio: “Un cartello fuori la porta della sezione recita – Dibattito sugli Stati Uniti e la guerra del Vietnam. Ore 20 discussione, ore 21 soluzione”.

La verità è che problemi complessi hanno bisogno di momenti di discussione approfonditi, articolati, plurali, partecipati. Solo partendo da un lavoro sincero e corale si può giungere ad un punto di vista ottimale. Se dovessi indicare una soluzione sosterrei senza esitazione quella della comunità. In questi tempi di solitudine forzosa sento tutta la debolezza dell’individuo chiuso fra le quattro mura di casa. L’illusione che la virtualità potesse accorciare le distanze e abbattere le barriere fisiche si è realizzata solo in parte. La tecnologia talvolta c’è stata molto utile, ma per quanto mi riguarda una faccina su Whatsapp non è ancora riuscita a suscitare le stesse sensazioni di un abbraccio e non c’è stato nessun incontro su Zoom o riunione su Skype che mi abbia lasciato addosso la soddisfazione di quando si tenevano dal vivo. La presenza dei corpi, il lavoro collettivo delle menti, la condivisione delle emozioni sono fondamentali e imprescindibili, sono la configurazione di un primo luogo dal quale partire per innescare un processo costruttivo e costitutivo.

El Renacer, opera di Liqen, San Basilio, Roma

Mi piace chi sostiene che queste aree non siano sempre e solo svantaggiate, isolate e in via di spopolamento, ma che la loro diversità e fragilità sono anche e soprattutto le loro più importanti risorse. L’urgenza è quella di reclamare il diritto all’esistenza davanti ad una politica che pare averci dimenticati. Per questo c’è bisogno di pretendere dallo Stato che metta i territori nella condizione di poter fare, che lasci le persone libere di determinarsi e che sia in grado di garantire la dignità dei servizi minimi essenziali. Questa rivendicazione spettano alle comunità dei territori, ma non è tutto, da parte loro – cioè nostra – c’è bisogno di un vero e proprio slancio che crei una reciprocità con le città in grado di intrecciare reti di consumo e filiere di prodotti di qualità e sostenibili, percorsi di turismo lento e dolce, un’alleanza rinnovata fra monti e pianura. C’è bisogno di recuperare il dinamismo che ha contraddistinto e dato forza per secoli a questi territori, capaci di adattarsi e reinventarsi davanti ai cambiamenti della società.

L’emergenza climatica pone delle sfide epocali, il superamento delle quali determinerà la sopravvivenza dell’uomo sulla terra o meno. Lontano dalle città, fra i monti e nelle aree “svantaggiate” oggi c’è il terreno fertile per provare a costruire l’alternativa di cui abbiamo bisogno, elaborare quel paradigma ecologico che è la sola chiave per la sopravvivenza.

Proiezioni di Matías Segura, Santiago, Cile, 30 ottobre 2019

Anche quando il mondo post-pandemico si affaccerà timidamente nelle nostre porte, non dovremo aver paura di lasciare andare le foglie secche di un mondo che non esiste più ma che teniamo ancora appese ai nostri rami. La salvezza starà soltanto nel volgere lo sguardo verso qualcosa di nuovo, radicale e potente perché come recita la scritta proiettata su un palazzo di Santiago del Cile durante le proteste dell’autunno 2019 e riproposta nella primavera successiva: “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”.

Storie come questa, sono contenute nel libro Cronache della restanza (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.


Per rimanere aggiornato sull’attività di questo blog puoi:
iscriverti al nostro canale Telegram https://t.me/restanza
seguirci su Facebook https://www.facebook.com/endorfinae/
seguirci su Instagram https://instagram.com/cronachedellarestanza_?igshid=z7i4cn4ca4xh