Quella volta che in Giordania incontrammo Maradona

Quella volta che in Giordania incontrammo Maradona

27 Novembre 2020 0 Di Vino

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro.
Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita”.
Gianni Minà

È un freddo ancora tollerabile quello che avvolge Amman alle sette di sera sul finire di novembre. Il traffico è impazzito come sempre, i taxi strombazzano per chiederti se vuoi un passaggio e l’aria è satura di smog, ma dopo un po’ ci si fa il naso. Il muezzin della moschea più vicina prende in mano il microfono e l’altoparlante del minareto gracchia un suono secco e fastidioso. Poco dopo intona un canto incomprensibile, una litania asciutta, intima, toccante. La città quasi si ferma, in pochi secondi il colle sul quale ci troviamo viene invaso da echi più o meno lontani della preghiera della sera. L’atmosfera diventa improvvisamente irreale e noi siamo per qualche momento il centro del mondo musulmano sul quale converge il riecheggiare ovattato dei canti di decine di muezzin tutt’intorno a noi. Allah da un luogo remoto che non esiste osserva questi tre occidentali rapiti dalla magia di quegli attimi. I canti si dirigono su uno degli innumerevoli colli su cui si staglia quasi interminabile Amman, quel Dio senza volto li benedice e le loro vite continuano con perfetta indifferenza.

Abu Darwish Mosque, Amman, Giordania, 2018

È l’ultima sera che passiamo in città, l’indomani un viaggio pieno di incognite e nomi di luoghi difficilmente pronunciabili dovrebbe portarci in Israele. Non attraverseremo l’unica frontiera di terra aperta in Medio Oriente da Sud, ovvero da Elat, dove passa il grosso dei turisti che si spostano dalla Giordania, ma proveremo ad attraversare il fiume Giordano che divide i due stati da Allenby Bridge o ponte di Re Hussein, un valico centrale, nella speranza che sia aperto e ci lascino passare. Le incertezze sono molte, ma abbiamo deciso di tentare, ci muoveremo con i mezzi di trasporto locali e poi si vedrà, del resto un viaggio è anche avventura e improvvisazione.

Petra, Giordania, 2018

Prima di rientrare all’appartamento facciamo le ultime compere, Yari vuole riportare le foglie di thè essiccate che ci hanno offerto con ossequiosa generosità ad ogni angolo della Giordania, che sia stato fra le tende berbere del Wadi Rum, appena fuori le rovine della romana Jerash o fra i resti impressionanti della solenne Petra. Al margine di un grande incrocio un assembramento di negozi ha la vaga sembianza di una galleria commerciale sporca e mal concepita. Quando Yari si addentra chiedendo del thè, i commercianti iniziano a gridarsi l’un l’altro “Capitan! Capitan!” e pensiamo che questa sia la marca. Ci sbagliamo, perché “Capitan” è invece un uomo bassetto e robusto, con i capelli tinti, ma con un che di atletico dettato dalla tuta acetata di una squadra araba che ha indosso. Capitan ci rapisce con la sua parlantina e ci invita a seguirlo nel piano superiore dove ci sono soltanto vetrine di negozi sbarrate, ma girato un angolo compare l’ingresso di un locale.

Qui si può prendere un thè e fumare un narghilè in compagnia, shisha bar li chiamano e non è certo quello che stavamo cercando, ma Capitan c’ha ormai incantato con le sue chiacchiere in un inglese arrangiato e nella più classica e straordinaria accoglienza giordana ci dice che siamo suoi ospiti e dobbiamo assolutamente bere qualcosa con lui. Ci rassegniamo e ci accomodiamo, in fin dei conti nessuno ci corre dietro e questo locale arredato nel tentativo di risultare moderno e occidentale con le sue luci soffuse sembra meno pacchiano della media di quelli che abbiamo incontrato finora. Chiediamo a Capitan da dove viene il suo soprannome e ci racconta di essere stato il capitano della nazionale di calcio giordana.

Capitan, Amman, Giordania, 2018

La Giordania è fra i paesi più poveri al mondo, una terra arida di sabbia e sterpi, posizionata in mezzo a Stati il cui sottosuolo è invece ricco di gas e petrolio. I giordani sono un popolo mite e rispettoso, fedele assoluto alla propria monarchia e al re Abd Allāh, sono come detto generosi, di quella generosità che solo la gente povera sa avere. Il paese sta cercando di modernizzarsi e Amman cerca di assomigliare alle capitali futuristiche e moderne dei petrolstati arabi del golfo. C’è un contrasto pazzesco fra la capitale e il resto del paese che rimane poverissimo e arretrato. In un paese così capite bene che il calcio non è proprio fra le preoccupazioni principali dei suoi abitanti che devono capire ogni giorno in che modo sopravvivere, resta però quel mondo dove anche i sogni possono diventare realtà, dove anche i poveri possono diventare qualcuno, dove non sempre il potente è quello che vince. Un mondo denso e magico che può regalare una gioia o un sorriso anche ad un popolo che non ha niente.

Capitan ci porta nella stanza accanto dove campeggiano diverse coppe e fotografie e un ritratto di Che Guevara. In una foto Capitan stringe la mano a re Hussein (il padre di re Abd Allāh), in un’altra in cui indossa la divisa della nazionale guarda fiero in lontananza con lo sguardo di chi sa di essere il punto di riferimento di una nazionale mediocre che difficilmente riuscirà a togliersi qualche soddisfazione, di chi sa di poter essere l’uomo del riscatto per il suo popolo.

Le foto di Capitan, Amman, Giordania, 2018

Quando chiedo a Capitan del ritratto di Che Guevara lui s’infervora e con orgoglio si apre la zip della tuta, mostrando la spalla dove campeggia un tatuaggio del Che. Mi spiega che i suoi idoli sono Maradona e Che Guevara e proprio come il Pibe de oro se l’è tatuato sul braccio per portarlo sempre con sé. Ci racconta anche che dopo un suo spettacolare gol in rovesciata che ci tiene a farci vedere dal suo cellulare, è stato definito “il Maradona di Giordania”. Oggi allena un club in Qatar, dove gli sceicchi hanno talmente tanta liquidità di denaro proveniente dal petrolio e voglia di occidentalizzare parte della loro cultura che fanno girare non si sa quanti miliardi attorno al calcio. Le nostre chiacchiere si esauriscono non troppo dopo quando Capitan ci lascia per degli impegni non meglio precisati, specificando che siamo suoi ospiti e non dobbiamo pagare nulla.

Io, Giulia e Yari poco dopo ritorniamo verso casa con i pensieri in confusione per un paese che continua a stupirci. Capitan è uno dei tanti affascinanti frammenti che ho di quel viaggio. Un frammento che ho dovuto ben occultare il giorno successivo quando superare il confine è stata una vera e propria avventura, in parte fatta su mezzi di fortuna che sembravano riportarci indietro almeno di cinquant’anni. Sull’attraversamento del confine ci avevano bombardato di paranoie. Non si sapeva se il varco fosse stato aperto, ci dicevano che ci avrebbero fatto ogni tipo di perquisizione, controllato i cellulari e dato uno sguardo ai nostri profili sui social network. Gli israeliani – si sa – sono dei maniaci della sicurezza, si aggirano con i mitra spianati sui mezzi pubblici e agli angoli delle strade. Era un clima di paura quello in cui stavamo per immergerci e per non correre rischi, avevo spostato le foto scattate a Capitan e al suo ritratto di Che Guevara su Drive, per poi cancellarle dal cellulare.

Yari e Che Guevara, Amman, Giordania, 2018

È così che oggi rimettendo insieme un po’ di ricordi rianimati dalla morte di Maradona – quello vero – sono tornato su Drive per rispolverare quelle poche foto che si sono salvate per questa casualità, tutte le altre sono andate perse quando il mio hard disk ha smesso di funzionare. Poco male e, come direbbe Fabrizio mentre lievemente batte con la mano aperta sul cuore “quei ricordi li conservo qui dentro”. Così ho fatto uno di quelli che nel gioco del calcio si chiamano “traversoni”, ovvero dei cambi di gioco da una parte all’altra del campo e dal Maradona di Giordania mi sono messo a riflettere su quello originale. Evitando giudizi tecnici e sportivi, con difficoltà riesco a confrontare calciatori di epoche diverse per cui ognuna ha i suoi fenomeni che siano Puskás, Di Stefano, Eusebio, Pelè, Cruijff, Platini, Van Basten, Baggio, Ronaldo o Messi, quello che mi interessa di più è la proiezione dell’uomo sul resto del mondo, anche fuori da quello del calcio.

Con Gianni Minà

Solo i moralisti possono fare la paternale su quanto “Maradona non fosse un fenomeno fuori dal campo a causa della sua dipendenza dalla cocaina, le sue amicizie discutibili o i suoi comportamenti controcorrente”. Maradona non è stato un santo e non ha mai nemmeno voluto esserlo, semmai si sentiva un Dio e gli dei non si discutono. La verità è che per i suoi sbagli, Maradona ha fatto ammenda e chiesto scusa, basta rivedere “Maradona by Kusturica” per rendersene conto. Tutti quelli che provano a mettere in ombra la luce del più grande (per estro, brillantezza, carisma, lealtà e correttezza – leggete il ricordo che ne ha fatto Gianni Minà) e più amato calciatore di tutti i tempi, non riescono a mettere a fuoco l’uomo e quello che questo ha incarnato per milioni di persone. Perché a differenza di tutti gli altri che tolte le scarpette hanno indossato giacca e cravatta per continuare una vita tutto sommato tranquilla, Maradona ha dato pieno seguito alla sua indole e quando a dismesso le scarpette da calcio, ha indossato la maglietta di Che Guevara e ha continuato a stare dalla parte degli ultimi, incarnando in questi un senso di riscatto.

Con Fidél Castro

Così come quando da calciatore ha denunciato il razzismo del Nord Italia, ricco e produttivo verso il Sud e Napoli che erano la “discarica” del paese – proprio l’archetipo sul quale ha fatto la propria fortuna la Lega Nord. Scrive il sociologo napoletano Luca Bifulco: “Maradona era un leader carismatico. Il carisma è una qualità riconosciuta a una persona e che carica su se stesso il destino sulla comunità. Maradona rovescia la tradizione. Viene a Napoli e rompe l’ordine precostituito del potere del Nord sul Sud, del potere calcistico delle squadre del Nord, e vince a Napoli con le caratteristiche con cui ai napoletani piace raccontare se stessi: Il napoletano anarchico, refrattario alle regole, ribelle. Questa è solo una rappresentazione sia chiaro, ma lui ha vinto con questo stile. Sociologicamente appunto è un simbolo di identificazione, serve a richiamare energia, autostima, orgoglio”.

Con Evo Morales

Allo stesso modo Maradona ha denunciato lo sfruttamento del Nord del Mondo ai danni del Sud e gli effetti nefasti di una globalizzazione che si è mangiata sempre più poveri, rendendo l’1% più ricco del mondo ancora più ricco. È stato l’icona pop di quella cordata di presidenti che venivano dalla sinistra radicale latinoamericana, Chavez, Morales, Lula e su tutti il grande padre Fidél, che avevano portato finalmente dopo secoli di colonizzazione statunitense il “popolo al potere”.

Peter Norman, Tommie Smith e John Carlos, Città del Messico, 1968

Una radicalità che ricorda quella di Tommie Smith e John Carlos (e anche del terzo su quel podio, l’australiano Peter Norman) con i loro pugni guantati di nero e alzati in segno di protesta durante la premiazione dei 200 metri piani alle olimpiadi di Città del Messico 68. I due velocisti venivano dal razzismo più bieco ed erano pronti a tutto per il loro credo, venivano dalla povertà e non avevano paura di tornarci se a testa alta. Gesti che sembrano relegati allo sport, ma producono un riverbero potentissimo sul resto del mondo.  

“La mano de dios”, Argentina-Inghilterra, Città del Messico, 1986

Come quando la sorte concesse a Maradona l’occasione per riscattare l’orgoglio di un intero popolo: la finale dei mondiali di Città del Messico del 1986 contro l’Inghilterra, con la quale l’Argentina aveva perso quattro anni prima una rovinosa guerra per il possesso delle isole Falkland/Malvinas e che gli costò 650 morti. In quell’occasione Maradona riportò in Argentina la coppa del mondo e segnò i suoi due gol più famosi di sempre: quello con “la mano de dios” e quello che è stato definito il gol più bello della storia del calcio, dopo sessanta metri di corsa palla al piede. Anni dopo si rifiutò di incontrare il principe d’Inghilterra Carlo dicendo: “Io non stringo le mani sporche di sangue di un assassino”.

Con Hugo Chavez

Così Maradona che veniva dalla strada non ha mai avuto il timore di tornarci. Sapeva in ogni caso di essere stato il più grande di tutti e che sarebbe rimasto nel cuore della gente, è stato radicale e ha scelto di prendere parte e metterci la faccia, spesso la più scomoda e sgradita ai moralisti e ai benpensanti. Sapeva che i suoi gesti e le sue parole avrebbero fatto parlare di sé anche fuori dai mondi sportivi, questo lo ha fatto essere ancora di più un mito per centinaia di migliaia di persone in ogni dove, al punto di entrare nella vita di un discreto capitano di una nazionale di calcio mediocre del Medio Oriente, un giocatore che un cronista – forse esagerando – dopo un rocambolesco gol in rovesciata si affrettò a definire “il Maradona di Giordania”.

Ps. mentre scrivevo questo racconto Maradona è riuscito nell’ennesima prodezza, è tornato a far parlare di calcio me e Nicola, che per una volta siamo andati ben oltre le montagne, i racconti degli scioperi e delle manifestazioni e i soprannomi degli abitanti di una piccola frazione ai confini del tempo.

Storie come questa, sono contenute nel libro Cronache della restanza di Savino Monterisi (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.


Per rimanere aggiornato sull’attività di questo blog puoi:
iscriverti al nostro canale Telegram https://t.me/restanza
seguirci su Facebook https://www.facebook.com/endorfinae/
seguirci su Instagram https://instagram.com/cronachedellarestanza_?igshid=z7i4cn4ca4xh