Fame, freddo e occhi chiusi nelle foto mai mancati. Invernale alla vetta o giù di lì

Fame, freddo e occhi chiusi nelle foto mai mancati. Invernale alla vetta o giù di lì

7 Gennaio 2021 0 Di Vino

L’altro giorno scrivo a Pierluigi e gli chiedo se vuole andare a farsi una camminatella in montagna. Mi fa: “io sinceramente volevo andare alla vetta”. Accordato! Pier mi fa l’elenco delle cose da portare e alla fine della lista mi scrive: qualcosa da sgranocchiare. Qualcosa da sgranocchiare? Con 1700 metri di dislivello io mi mangio pure le “prete”. Quando glielo faccio notare la sua risposta è lapidaria: “Bast che ne va a fenoj a cannibalismo”. Glielo prometto.

Ciaspole, piccozza e ramponi per sicurezza nello zaino e si parte dal cimitero di Bagnaturo (375 mt). Otto di mattina, freddo cane ma cielo sereno, con i cheerios dell’Eurospin che mi si ribaltano ancora nello stomaco, appettiamo (prendiamo di petto) la tagliafuoco. Sudore e fatica si mescolano con indifferenza, ma non si può mollare e siamo solo all’inizio.

Al rifugio Colle delle Vacche (1105 mt) il sole ci bacia come se fossimo belli. Una breve sosta e si tira dritto per il rifugio Iaccio Rosso perché la strada è ancora lunga. La neve comincia ad essere abbondante e nell’ultimo pezzo del sentiero sprofondiamo oltre le ginocchia, ma non vogliamo mettere le ciaspole, aggeggi che odiamo. Vogliamo usarle il più tardi possibile e per questo le chiamiamo “le trappole”.

Colle della Croce visto dal Colle delle Vacche, monte Morrone

Pier parla solo pratolano purissimo come la curcuma di Giava, così apprendo tanti termini nuovi o che avevo semplicemente dimenticato: nu murr’càun (una pietra molto grande), la ciaffòlla (la parte posteriore del collo), nu mann’làun (una persona rigida nei movimenti). Come previsto il mio dialetto bagnaturese viene subito declassato a pratolano annacquato da influenze sulmontine. A Iaccio Rosso (1562 mt) mi rendo conto di non aver considerato il “coefficiente P” dell’escursione. Il coefficiente esprime nella fisica classica il livello di pratolanità insito in ognuno di noi. Al che scopro che Pier ha un livello del “coefficiente P” da fare invidia alla madonna della libera, e in queste circostanze, quando si parla di vetta, si intende solo e soltanto la vetta di Pratola ovvero la Croce, e non la vetta del Morrone che invece è in territorio di Sulmona. Poco male perché non c’ero mai stato in invernale.

La breve pausa che facciamo allo Iaccio è ristoratrice e tiro fuori un cibo pratolano per eccellenza: i carracini (a Pratola i carraciòin) ovvero i fichi secchi. Zuccheri e nuove energie si liberano nei muscoli e con le trappole ai piedi possiamo ripartire.

Iaccio Rosso, monte Morrone

Si alza il vento che si fa subito tremendo e non da pace nemmeno per un secondo. La parte bassa del pantalone umida per il contatto con la neve, si congela e diventa un tronco cavo e rigido come i panni stesi con la gelata. Il nostro itinerario è sul sentiero solo per poche decine di metri, dopo parte un’altra appettata severissima. Il guscio protegge dalle raffiche di vento che limano il viso, il freddo è acuto come la fatica, ma è qui che Pier per caricarmi, citando Nico Valsesia pronuncia la frase della giornata “La fatica non esiste”. Il lemma mi aiuta a proseguire e non penso alla stanchezza. Tiro avanti poco alla volta e riesco a scollinare, ma Nico Valsesia resta quello a cui ho mandato più improperi nella giornata.

Sulla cresta la vista si perde fra le cime di tutte le montagne d’Abruzzo che risaltano imbiancate. Il mare all’orizzonte è cristallino e il monte Camicia sembra pronto a tuffarsi. Monte Amaro è una meringa senza impurità, il Sirente è la cresta di un’onda che sta per abbattersi sulla valle Subequana, su monte Greco e il Genzana le nuvole sono cariche di neve.

Monte Sirente a sinistra, cavalli e la Croce

Spunta la croce in prospettiva e la sorpresa è nel trovare i cavalli al pascolo. Ancora loro, ancora a prendere freddo a quote spropositate e a rosicchiare quel poco di cibo utile fra ghiaccio e neve. Il nostro avvicinarsi è lento e respinto dal vento. Quando i cavalli ci notano partono in una corsa sfrenata che pare di stare in Nevada, in Idaho o in Wyoming. Le mani sulla via del congelamento mi impediscono di farne un video, ma la scena è immortalata nell’anima.

La Croce, monte Morrone

La croce (1903 mt) e le statue religiose ci accolgono con la neve congelata a vento che pare essere stata sparata. Il tempo di qualche foto ed è già il momento di ridiscendere, pena il congelamento. A Valle il sole illumina case e campi e la vita scorre lentamente come sempre, ma qui a monte non ci si può concedere più tempo del necessario. Non posso bere l’acqua dalla camel bag perché è ghiacciata, non sento le dita dei piedi addormentati per il freddo, le dita delle mani invece prendono e perdono vigore e sensibilità a fasi alterne, la fame morde lo stomaco, ma nonostante questo sento uno stranissimo senso di rilassatezza come se mi si fossero aperti tutti i chakra, come se Facebook andasse in crash per una settimana, come se qualcuno avesse spalancato la valvola delle endorfine, come se da Whatsapp sparisse di colpo la possibilità di fare messaggi audio, come dopo una grande soddisfazione. Un respiro profondo e via, si riparte.

Poser on the top

La discesa è meno faticosa, ma tecnica e impegnativa e bisogna prestate molta attenzione perché in montagna il 70% degli incidenti capitano in questa fase. Mi spinge in avanti il solo pensiero che mi aspetta il panino vegano che mi sono portato: insalata, pomodori sott’olio e cipolla. Allo Iaccio quando apro la busta del panino una pungente zaffata di cipolla avvolge il piccolo portico del rifugio e Pier commenta laconico: “Echetengheul, che ci sci miss na cipolla sen?” che significa tipo “Complimenti, vedo che nel tuo panino c’è molta cipolla”. Fra un morso e l’altro il sole ci rinfranca, il vento si placa e sembra quasi di essere a casa. Le nuvole si fanno un poco minacciose ma ormai il grosso è fatto. Si mangia ancora qualche carracino e poi è ancora discesa fino al fondo della Valle, fra una chiacchiera e una foto al panorama.

Bagnaturo e Pratola visti da Iaccio Rosso, monte Morrone

Ritornati nei pressi del cimitero (vivi), Pier mi chiede se mi serve uno strappo a casa con la macchina ma rifiuto, il mio rituale prevede il ritorno a casa a piedi. Così saluto e mi avvio. Il sole è al tramonto e mi tornano alla mente le parole di Roger Baxter Jones, parole mi fece scoprire Lucio durante una lezione del corso da guida ambientale, parole che scandiscono in modo inequivocabile le priorità di un’ascesa in montagna dalla più semplice alla più impegnativa: “Tornate sani, tornate amici, arrivate in cima: in questo preciso ordine” e così sia.

Storie come questa, sono contenute nel libro Cronache della restanza di Savino Monterisi (Riccardo Condò Editore, 2020) acquistabile al link qui sotto.


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