Il dono della montagna

Il dono della montagna

6 Marzo 2021 0 Di Vino

“Tre grandi doni ci può dare la montagna: la fatica, la solitudine, il silenzio”.
Alberto Paleari

Fatica.
Sin dalla partenza la nebbia confonde la direzione intrapresa. Passato il tratto di bosco la montagna s’impetta, s’ingrifa, s’arrampica e fa capire chi è il padrone. Inizia così la rava della Giumenta Bianca, meglio conosciuta come “la direttissima” per monte Amaro, cima più alta della montagna madre per eccellenza, la Majella.
Il passo fino a quel momento spedito e ritmato si fa più lento e quando la neve si fa più dura e meno penetrabile arriva il momento dei ramponi. Poi la nebbia si fa più rada e s’intravede la cresta, quello è il momento dello sconforto.
Eppure è tutto momentaneo, come il freddo che pare deve penetrarci le ossa e che s’annienta quando il sole torna a far luccicare i cristalli di neve e il nostro animo profondo. Ne nasce una giornata primaverile e senza accorgercene anche la strettoia, punto mediano della salita, è già alle nostre spalle.

Solitudine.
Ora si apre un anfiteatro naturale in un luogo insolito. La cornice superiore racchiude rocce inframezzate da canalini che scendono giù con una ripidità spaventosa. La verticalità s’impossessa della scena, le pendenze si fanno sentire e ogni tanto qualche masso rotola giù. A sinistra la rava del Ferro e la rava della Vespa, a destra rava dei Ferrari, il canale Gemelli e poi Fondo Majella sono le lingue di neve che fanno da cinta.
Quando lo sguardo volge verso la cresta, la testa inizia a girare come presa come da un’improvvisa vertigine. “Chi sono? Cosa ci faccio qui?” Si diventa presto un punto insignificante in mezzo a gigantesche guglie di calcare dove il ghiaccio è il vero padrone.
L’orizzonte che separa la fatica dal cielo si avvicina poco alla volta, i passi si susseguono cadenzati, venti traversando verso destra e venti traversando verso sinistra fino a quando ormai sotto le rocce parte una lunga diagonale verso destra che risulta il tratto più impegnativo con la neve ancora dura e la piccozza ben salda fra le dita.

Silenzio.
Non un suono, solo il proprio respiro e il rumore secco dei ramponi che mordono la crosta nevosa. Il sole talvolta l’ammolla, altre volte non penetra lasciando uno strato duro che i ramponi rompono con fragore nel garantirsi un ancoraggio stabile. Il vento è il grande assente, lascia soli i pensieri, i dubbi e la gioia dell’esserci quasi.
Un ultimo sforzo e la cupola aliena e rosseggiante del bivacco Pelino compare sulla sommità a quota 2793 metri sul livello del mare. L’abbraccio glaciale con la neve ventata vale più di ogni goccia di sudore versata. Non c’è riposo. Appena uno sguardo alle decine di cime innevate attorno ed è già tempo della discesa.
Un percorso a ritroso che non lascia spazio a rilassamenti. La concentrazione e massima, i passi si misurano come se ognuno fosse prezioso. Nulla è lasciato al caso perché insegnano i maestri: è in discesa più che altrove che si celano le insidie.
Solo a valle anima e corpo sono colpiti da improvvisa e inspiegabile leggerezza. Una volta scrissi che è perché un pezzo di noi è rimasto incastrato in cima, non ne ho la certezza che sia così, ma la considero come una parte del vero.

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